“The Artist”, di Michel Hazanavicius (2011)


Nel 1927 George Valentin (Jean Dujardin), interprete supremo di film muti, è l’indiscussa star di Hollywood, premiato e idolatrato, assieme ad Uggy, un simpaticissimo cagnolino di razza terrier suo fido compagno di mille interpretazioni. Ma l’avvento del sonoro ne mette in crisi la fama, la carriera e la vita stessa, mentre Peppy Miller (Berenice Bejo), sua fan sfegatata, ballerina e attrice ai primi passi, introdotta nel cinema che conta proprio grazie all’incontro con Valentin, inizia una rapida ascesa che la porterà a toccare il cielo con le dita.

Nel corso della Storia ci sono stati eventi, scoperte, invenzioni, che ne hanno cambiato il corso per sempre, e il Cinema è sempre stato incline a celebrarne l’avvento e la portata, spesso con risultati notevoli. Senza andar troppo lontano nel tempo, nel decennio precedente il nostro Ermanno Olmi ci raccontò magistralmente l’impatto epocale della polvere da sparo sulle dispute territoriali del tardo Medioevo nel suo capolavoro Il mestiere delle armi, e Mel Gibson lo sconquasso portato dalle vele dei galeoni spagnoli nelle vite delle popolazioni Maya col suo bel Apocalypto. Anche la Settima Arte ha avuto i suoi momenti rivoluzionari e il passaggio dal muto al sonoro finora è stato certamente quello dalla portata più innovativa dopo la scoperta stessa del Cinema. Hazanavicius col suo The Artist realizza un accorato omaggio alla cinematografia muta e focalizza l’attenzione sullo straordinario peso che deve aver avuto l’avvento dei “film parlanti” sul mondo intero, sulla produzione cinematografica certamente, ma soprattutto su usi e costumi degli spettatori. L’intento è perseguito argomentando a contrariis, e cioè esprimendo l’enorme difficoltà trovata dal divo Valentin nell’accettare, condividere e sfruttare la trovata tecnologica che avrebbe presto compromesso la sopravvivenza di quel pianeta che fin lì gli aveva procurato tutto, al punto da divenire un vero e proprio incubo ferale. E la bravura del regista, nonché il pregio principale del film, sta nel riuscire, con questo, a non mortificare quella che era l’idea di Cinema fino al 1927, basata sulla potenza delle sole immagini e sulla recitazione puntualizzata degli attori, bensì a esaltare ancora una volta il ruolo essenziale della riproduzione di scene e movimenti all’interno della “fabbrica dei sogni” per eccellenza. Infatti l’opera conquista proprio in virtù di quel che si vede ma non si sente, grazie soprattutto alla straordinaria espressività fisica “a tutto tondo” degli attori, che se non favellano riescono a trasmettere chiaramente le loro emozioni tramite i loro sguardi accentuati, l’ironia della loro mimica facciale e le sorprendenti doti ballerine.

L’amore di Hazanavicius per il cinema degli Anni ’20 emerge attraverso una serie infinita di citazioni cinefile disseminate lungo tutto il lungometraggio. A parte l’evidente legame alla parabola di Norma Desmond in Viale del tramonto, il richiamo di Dujardin alla figura di Douglas Fairbanks è lampante, come è noto l’utilizzo, quale casa di Peppy Miller, di quella che fu la villa di un’altra diva d’epoca, Mary Pickford. E ancora, la scelta di un formato di pellicola quasi quadrato, sostanzialmente simile a quello in voga nel muto, i movimenti leggermente accelerati, i costumi e il trucco. Occorre dire che la storia in sé non è niente di trascendentale, semplice e toccante allo stesso tempo, e la sceneggiatura non riesce a contenere particolarmente alcuni momenti, i più melò, di ovvietà estrema ed eccessivamente forzati, quali il lungo momento di depressione vissuto da Valentin, vittima del suo orgoglio infinito e di un integralismo fin troppo ostinato, come pure la riconoscenza ambigua e irrisolta della Miller per il suo mentore. D’altro canto vi sono scene di godimento senza limiti che da sole valgono il prezzo del biglietto più la prenotazione del DVD. Da applausi tutte le parti ballate, da quella in cui il divo scopre l’attricetta, al ballo finale degno di Ginger&Fred. Meraviglioso il piano sequenza della struttura a scale. Intelligente e rivelatore il sogno da incubo di Valentin. E poi c’è il cagnolino, Uggy, che è un vero portento: avrebbe meritato una statuetta tutta sua!!

Il film è delizioso, divertente, commovente, sorprendente. Dujardin, già premiato come miglior protagonista a Cannes, ha fatto incetta meritata di premi dappertutto fino all’Oscar personale. La Bejo è un po’ meno convincente sul piano recitativo ma balla che è una meraviglia. E accanto a loro attori del calibro di John Goodman nella parte del classico produttore di successo, James Cromwell perfetto maggiordomo, Penelope Ann Miller e  Malcolm Mc Dowell. Hollywood, autocelebrandosi, lo ha premiato con cinque tra le statuette più importanti: miglior film (a mio gudizio The tree of life avrebbe meritato di più, ma va bene lo stesso), regia (e la gara era durissima quest’anno), protagonista maschile, come già detto meritatissimo soprattutto per la completezza dell’interpretazione, costumi (Mark Bridges) e colonna sonora con il fondamentale  accompagnamento musicale di Ludovic Bource.

The Artist è un successo mondiale e merita di esser visto. Complimenti soprattutto a Mr. Thomas Langmann, che ne è il produttore, che ha creduto nelle potenzialità di quest’opera al punto da sostenerla praticamente in ogni parte del mondo, cosa non da poco per una produzione francese. Il mio voto è 8,5.

“Shame”, di Steve McQueen (2011)


Shame è un grido di dolore che non trova risposta. E un segnale d’allarme lanciato alla nostra società.

 

Nella Grande Mela, il solitario Brandon (Michael Fassbender) ha abboccato agli odierni richiami più massificati, un impiego moderno e redditizio e una vita da godere al massimo. In nome di questo stile concentra i suoi sforzi e il suo tempo in direzione di ciò che più di ogni altra cosa lo aiuti a materializzare il concetto di piacere, le donne, ma rinunciando a qualsiasi elemento che possa imbrigliare la ripetizione infinita e sempre originale del progetto, ai legami stabili e in definitiva all’affetto. Sostanzialmente egli vive di danaro e sesso, e la solitudine è condizione comprimaria indispensabile di un metodo scientifico, ordinato, che sembra funzionare a meraviglia. Quando Sissy (Carey Mulligan) chiede asilo al fratello portandosi dietro il suo carico di incertezze e debolezze, quell’equilibrio viene presto minato, finendo con lo scoperchiare un pentolone da troppo tempo tenuto sul fuoco. Brandon non riesce a nascondere la sua gelosia per quel suo mondo, ma arriva presto a realizzare il cortocircuito che rischia di imprigionarlo per sempre. Si rende conto di aver totalmente rinunciato non solo alla sfera dei propri affetti, respingendo bruscamente la sorella a caccia di conforto, ma addirittura a quella della sessualità, avendo inconsapevolmente cancellato nel tempo ogni traccia di rapporto con l’altro sesso che non prevedesse il solo uso “distorto” dell’apparato genitale. E’ incapace di abbracciare la persona che rappresenta la sua intera famiglia, di intrattenere una discussione a cena con la collega più desiderata, di trasmettere quell’amore che ha ormai irrimediabilmente sepolto sotto una fitta coltre di pornografia. Il tentativo di porre rimedio è disperato e doloroso, anche perché adesso è la “vergogna” a impedirgli di chiedere aiuto.
Steve McQueen dà spazio e forma a una delle più pericolose tendenze dell’uomo occidentalizzato, quella che risponde alla tentazione di ritenersi autosufficienti, di essere gli unici artefici di una vita capace di sole soddisfazioni fugaci, e in cui l’unica esigenza permanente sembra essere quella (economica) di potersele mantenere. Il tema è sviscerato in maniera completa e convincente, grazie anche all’incommensurabile apporto recitativo e fisico di un grande Michael Fassbender, che ci mette anima e pelle, ma forse esagera addirittura in bravura facendo insorgere il dubbio che si stesse anche divertendo… ;) (L’unica certezza degli imminenti Oscar doveva essere la sua nomination per migliore attore protagonista… Sob!)
Ma notevole è pure l’interpretazione di Carey Mulligan, che sfrutta al meglio il minore spazio a disposizione per pennellare ad arte un personaggio altrettanto amaro e sofferente, col lusso di dar fiato alle sue sorprendenti corde musicali.
Piuttosto è la regia a lasciare qualche perplessità, probabilmente per vizio di maturità. Autore anche della sceneggiatura, con l’aiuto di Abi Morgan, McQueen procede a briglie sciolte, ricorrendo spesso a piani sequenza esaltati certamente dalle doti degli interpreti, anche nelle scene più spinte, laddove evita di scivolare sul viscido gradino della ripresa morbosa. E, se per un verso, la scelta denota mirabili doti tecniche, per l’altro incentiva un’ingenua propensione narcisistica, marcata in particolare dalla scena in cui Brandon scende per strada a far footing (senza doppi sensi), che appare inutilmente prolissa. Il finale inoltre appare un po’ trascinato, necessitava forse un po’ di coraggio per qualche taglio di montaggio in più.
Suggestiva ed appropriata la scelta dell’accompagnamento sonoro, con il ricorso massiccio alle splendide esecuzioni per solo pianoforte affidate al genio di Glenn Gould.
Dunque un film che vince ma non convince appieno, andando a bersaglio col favore di qualche carambola fortunata. Val la pena di attendere McQueen (del quale non ho ancora visto Hunger) a prove di maggior compattezza; e se l’interpretazione di Fassbender è notevole, chissà cos’altro dovrà inventarsi per guadagnarsi il meritato Oscar! Nella speranza di non assistere il prossimo anno alla ripetizione di quanto avvenuto nelle stagioni passate col buon Colin Firth, al quale a nulla valse la strepitosa resa in A Single Man e dovette privarsi parzialmente della parlantina per aggiudicarsi la statuetta più ambita.
Voto: 7,5.

“La talpa”, di Tomas Alfredson (2011)


In piena Guerra Fredda un agente segreto britannico in missione in Ungheria viene bruciato per via di una soffiata, e il fallimento dell’azione porta al forzoso pensionamento anticipato di Controllo (John Hurt), il capo del cosiddetto Circus, il più grande dipartimento dei Servizi Segreti di Sua Maestà,  e del suo collaboratore più fidato, George Smiley (Gary Oldman). A quest’ultimo però viene affidato il delicato incarico di verificare l’esistenza di una talpa russa ai piani alti dell’organizzazione britannica ed eventualmente stanarla. Con l’aiuto del giovane agente Guillam (Benedict Cumberbatch), Smiley recupera i sospetti di Controllo, nel frattempo deceduto, e stringe il cerchio dei sospettati a quelli che erano i suoi colleghi di nicchia all’interno del Circus, Percy Alleline (Toby Jones), nel frattempo divenuto il nuovo capo, Bill Haydon (Colin Firth), Toby Esterhase (David Dencik) e Roy Bland (Ciarán Hinds), ai quali vengono affibbiati dei nomignoli in codice, quelli del titolo originale del film (Tinker, Tailor, Soldier, Spy).
Parte un’intricatissima caccia al doppiogiochista, infiltrato agli ordini di Karla, il misterioso capo dell’organizzazione spionistica russa, attraverso la ricostruzione delle ultime azioni fallimentari del dipartimento britannico, l’intreccio di alcune vicende di carattere personale, e una serie di scelte dolorose da parte di parecchi dei personaggi coinvolti.

Tomas Alfredson, alla sua prima direzione in lingua inglese, e al secondo lungometraggio in carriera dopo il sorprendente esordio con l’orrorifico Lasciami Entrare, ci regala un thriller intenso tutto da godere, altamente spettacolare pur nella sua realizzazione antitetica ai canoni tradizionali del genere spionistico. A lui John le Carrè (qui anche nelle vesti di produttore esecutivo, al di là della realizzazione del soggetto) affida il compito di reinterpretare il suo romanzo più celebre ed autobiografico, con la preghiera di non cadere nella tentazione del remake e del film eclatante alla 007. E il regista riesce brillantemente nell’intento di restare fedelissimo al libro, pur trasponendolo in immagini attraverso l’uso di una personalissima narrazione sospesa, fatta di inquadrature veloci e cariche di messaggi, dettagli, indizi e premesse, assemblate in un montaggio serrato e ben lubrificato, alternate a sequenze più lunghe e compassate, meditate, dense di un inatteso lirismo, giocate spesso sul filo di primissimi piani. E quello che sembrerebbe un ritmo indolente diventa in realtà un cucinare a fuoco lento, con un pathos in costante crescendo, alimentato da una prima parte pazientemente descrittiva e un groove centrale sapientemente controllato, e sprigionato a dosi incrementali fino alle rivelatorie scene finali, in cui le relazioni di causa-effetto vengono sintetizzate compiutamente sotto una veste che sa molto più di poesia cinematografica che di azione pura.

Regia che quindi interpreta con personalità una sceneggiatura complessa e intricata, opera di Bridget O’Connor e Peter Straughan, che si porta avanti per fatti concludenti (esempio: in un’inquadratura si sente bussare alla porta, in quella successiva si vedono due persone che parlano; tutto quel che è in mezzo è ovvio) e con ricorrenti salti temporali ordinatamente disposti, invitando lo spettatore a un continuo lavoro mentale di ricomposizione dei pezzi, ciò che rende appassionante il racconto, ma che richiede massima attenzione. Certo, se si paga il biglietto si dovrebbe esser disposti quanto meno ad un’attenta visione. Ma sappiamo che questo non sempre accade, e non è stato complicato sentire parlare in giro de “La talpa” come film noioso o difficile da comprendere. Persino certi inviati all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, dove è stato presentato in concorso, hanno lasciato in rete sconfortanti tracce di smarrimento… :o

Gli attori chiamati in causa reggono il gioco in maniera sensazionale. A cominciare dal protagonista principale della storia, quel George Smiley che impersona l’antitesi di James Bond, sempre sobrio e meditabondo, esperto della sua materia ed efficace al punto da riuscire a non dover ricorrere mai all’uso delle armi. Ne veste i panni un magistrale Gary Oldman, in quella che a mio giudizio è la migliore interpretazione della sua carriera, equilibrando mirabilmente introversione e spietatezza, sentimento e cinismo. Addirittura strepitoso nella scena in cui racconta del suo unico incontro col famigerato Karla, senza batter ciglio in un primissimo piano da brividi. Oscar? Il mio senz’altro!
Colin Firth in parti ambigue come quella qui assegnatagli è perfetto, lo ha dimostrato in lungo e in largo nel corso della sua carriera. E non fa fatica a confermarsi, da professionista di gran classe, soprattutto in dirittura d’arrivo, quando viene incorniciato un virile rapporto d’amicizia che lo vede legato ad un altro grande interprete, Mark Strong, l’agente Jim Prideaux, cui spetta uno dei ruoli più significativi della vicenda.
Sorprendente è il buon Benedict Cumberbatch, il giovane agente segreto che diventa uomo alla scuola di Smiley e ci regala sprazzi di recitazione intensa. E mi fermo con Tom Hardy nelle vesti del bravo belloccio di turno, quel Ricki Tarr che segnerà la svolta delle indagini con la sua ribellione d’amore.
La ricostruzione del clima della Guerra Fredda è affidato in larga parte alla efficacissima fotografia di Hoyte Van Hoytema, anch’egli pluri-premiato per il suo lavoro in Lasciami Entrare, volta ad riesumare le atmosfere cupe dell’Europa degli anni ’60 congelando la luce e imprimendo i toni più classici dei film di spionaggio d’epoca.
E la colonna sonora? Se non è da brividi questa firmata da Alberto Iglesias: The Wolfman.
Ma non c’è solo la caccia alla spie in questo lungometraggio che viene dal Nord, perché notevole è il modo in cui vengono tracciati anche i risvolti personali dei protagonisti, accennati in vario modo a più riprese, senza entrare nel dettaglio, ma chiari e precisi al punto che si potrebbe trarre lo spunto per raccontare nuove storie. Così per quel che riguarda il passato coniugale di Smiley, quello presente di Guillam, e quell’amicizia fraterna poeticamente esaltata dallo sparo conclusivo.
Concludendo lasciatemi dire quanto è bella la scena in cui Oldman, appena messo a riposo e prima di ricevere il delicato incarico, passa visita oculistica e monta nuove lenti, a significare il cambio di prospettiva del personaggio, che inizia ad operare dall’esterno del Circus, e già il desiderio di mettere a fuoco la situazione che ne aveva provocato il ritiro dalle scene. E quanta intensità, quanta tensione c’è nelle riprese relative all’unico momento in cui questo cast stellare è riunito per l’unica volta in tutta l’opera!
Un film meraviglioso, intelligente, lirico, appassionante, atto a deliziare il palato degli appassionati di cinema e a restare certamente uno dei lavori migliori di questa annata appena cominciata e che si preannuncia ricca di soddisfazioni almeno dal punto di vista cinematografico.Voto: 9, notevole.

“J. Edgar”, di Clint Eastwood (2011)


Quello che leggerete tra qui e la locandina sono le principali note biografiche di John Edgar Hoover, forse l’uomo più potente degli Stati Uniti d’America di tutto il secolo passato, nonché uno tra i più controversi personaggi pubblici della sua era. Da giovane impiegato del Dipartimento di Giustizia, assegnato al Bureau of Investigation ne divenne presto il direttore, segnandone la storia con una fitta serie di interventi radicali che ne consentirono una crescita esponenziale quale strumento di lotta alle più pericolose minacce del XX° Secolo alla democrazia statunitense: a livello politico i comunisti, i radicali e i sovversivi, e sul piano più proprio della sicurezza pubblica i gangsters degli anni ’30 e successivamente la mafia.
Sfruttando la grandissima eco emotivo-mediatica legata alla vicenda del rapimento del figlioletto del celebre trasvolatore Lindbergh, Hoover amplificò i poteri della sua agenzia ottenendone l’elevazione a livello federale (F.B.I.), e accattivandole definitivamente il ruolo di indispensabile paladina della popolazione dinanzi al dilagare del crimine. Nel dopoguerra, a seguito dell’intervento della Suprema Corte volto a limitare il potere investigativo e persecutorio del Bureau nell’ambito della lotta al comunismo (maccartismo), diede vita a un programma segreto, il COINTELPRO, volto a sorvegliare, anche mediante infiltrazioni, screditare e distruggere le organizzazioni di politica interna ritenute sovversive. L’ambito d’azione del progetto toccò sia celebri simpatizzanti comunisti (Charlie Chaplin il più noto), sia movimenti di lotta per i diritti civili quali quelli delle Black Panther e di Martin Luther King, attraverso l’utilizzo di mezzi finanche illegali e violenti (con l’accusa di coinvolgimento in veri e propri assassinii).
Hoover riuscì a sopravvivere a sospetti ed attacchi aggrappandosi a una fitta e sistematica opera di spionaggio a danno di personaggi importanti della scena non solo politica americana, ciò che portò alla raccolta di un cospicuo archivio di informazioni molto personali riguardanti soprattutto le abitudini sessuali e gli orientamenti politici alternativi di celebrità fino al rango dei vari presidenti degli USA e rispettive consorti. Questo gli permise di conservare per ben 48 anni, dal 1924 sino al momento della morte intervenuta nel 1972, la carica di direttore della F.B.I., e di godere di un potere senza pari e apparentemente sconfinato. La sua autobiografia, consegnata ai posteri sotto dettatura, ne ha raccolto molta parte della carriera, rimanendo però non propriamente scevra di mistificazioni.
Poche sono le notizie trapelate, nel corso della sua esistenza come successivamente, circa la sua vita privata. Rimasto scapolo, fu incapace di sottrarsi alla forte influenza di una madre dominante, con la quale rimase a convivere nella casa di famiglia. Pare che provò ad accasarsi un paio di volte: corteggiando invano Helen Gandy, che ne rifiutò la mano ma divenne sua personale e fedelissima segretaria; e frequentando l’attrice Dorothy Lamour prima, e la madre di Ginger Rogers più tardi, senza sviluppi sentimentali. E molto controverse sono le voci su una sua più o meno latente omosessualità, ispirate probabilmente dalla infinita dose di invidie e cattiverie ingenerate dal prolungato esercizio del potere, ma anche alimentate dal particolare rapporto tenuto con il suo vice e braccio destro di sempre, Clyde Tolson, col quale per lunghissimi anni condivise lavoro a stretto contatto, pasti, vacanze e divertimenti, e che pur ora giace a pochi metri dalla tomba di Hoover al Cimitero del Congresso. Tutto questo è lucidamente contenuto nell’ultimo film di Clint Eastwood, detto senza timore di spoiler e con l’intento di favorire un approccio “informato” all’opera.

E’ evidente come la vecchiaia stia ispirando i temi affrontati dal mitico regista californiano negli ultimi suoi lavori, e in particolare il rapporto con la morte. La scelta di morire in Million Dollar Baby, l’avvicinarsi inesorabile all’epilogo della vita in tempo di guerra (Lettere da Iwo Jima) e di pace (Gran Torino), il sentimento dell’Aldilà (Hereafter). E adesso un ideale esame di coscienza, attraverso la revisione di una delle esistenze statunitensi più importanti del secolo passato, con l’attenzione rivolta alla definizione di un’eredita da lasciare ai posteri.
Perché certamente J. Edgar è una sorta di biopic, un racconto degli eventi maggiori che hanno segnato l’esistenza di Hoover, necessariamente sintetico data la vastità degli argomenti. Ma, più di ogni altra cosa, è una riflessione sulla (in)capacità dell’uomo di dominare la storia, di governare l’immagine di sé stesso nel corso e al di là della propria vita.
Questa la chiave di lettura che emerge dal vero filo conduttore della sceneggiatura, quello della ridondante proposizione delle scene in cui Hoover si ostina a dettare, spesso alterando la verità, le proprie memorie allo scribacchino di turno, puntualmente sostituito nel momento in cui manifesta cenni di mancata adesione al punto di vista del direttore. Che però viene smentito più volte sia dalle sequenze relative agli episodi via via raccontati, sia nel drammatico dialogo tra J. Edgar e Tolson che prelude al finale del film, in cui emerge in tutta evidenza il tema della condizionante, sterilizzante (in senso generativo) convivenza di “Io” e “Maschera” nel protagonista della vicenda.
Inutile attendersi la visione di qualcosa di sentimentalmente appassionante, perché ciò che costituisce lo straordinario punto di forza del lungometraggio coincide precisamente con il suo inevitabile e coraggioso momento di maggior debolezza. Raccontare la vita di un uomo ambizioso, geniale, lungimirante e tenace, ma al tempo stesso geloso, invidioso, meschino e protervo, che ha vissuto in funzione della conservazione dell’opinione della persona che più temeva (la madre), della sopravvivenza della creatura che ha amato sopra tutto (l’F.B.I.), e dell’artificiosa costruzione di un’immagine di sé irreprensibile ad ogni costo agli occhi tanto dei contemporanei quanto dei posteri, non può non implicare la scelta di toni cupi, di atmosfere indefinite, di contorni incompleti, sospesi, dissimulati, illusori. E pedissequa è la sensazione che resta allo spettatore al termine della visione, dominata da un alone di indecisione ed incertezza, affamata di “perché”, di riflessioni che vorrebbero investire il senso del film, ma che in definitiva dovrebbero risolversi, secondo l’intento del regista, su quello della propria condotta di vita.
Tale disegno è espresso e sottolineato dalla perfetta fotografia di Tom Stern, superlativa nella illuminazione delle predominanti scene d’interni, e dalla regia asciutta e precisa di un sempre sicuro Eastwood, degno esecutore di quella che è senz’altro la componente più importante ma anche più complessa dell’opera, la sceneggiatura di Dustin Lance Black (sceneggiatore già premio Oscar per Milk di Gus van Sant), il cui maggior pregio è quello di evitare una classica sequenza cronologica degli eventi, che avrebbe appesantito irrimediabilmente il racconto, a vantaggio di una sapiente distribuzione di salti temporali con cui si alternano fasi storiche e momenti privati (questi più suggeriti che affermati).
E impressionante è il lavoro di un sempre più stupefacente Leonardo Di Caprio, capace di rendere magistralmente, anche sul piano fisico (con l’ausilio di un trucco notevole per le parti di Hoover invecchiato), le aspirazioni, i tormenti, le debolezze e le auto-mutilazioni di un personaggio estremamente controllato e composto nelle sue manifestazioni, caratterizzato da un accennato ma sensibile balbettio nei momenti di maggiore imbarazzo. E’ facile immaginare che possa correre da favorito per l’Oscar quale miglior protagonista, anche se la concorrenza sarà importante.
Belle anche le interpretazioni di una Naomi Watts quasi irriconoscibile nei panni della segretaria Gandy, fedele al ruolo del personaggio e convincente, e di Armie Hammer (ricordate i gemelli Winklevoss in The Social Network? Lui era Cameron, quello più “sveglio”!) un Clide Tolson dalla latente ambiguità sempre rivestita di uno stile impeccabile. E poi l’affermatissima Judy Dench, perfetta nel ruolo della madre ferrea e dominante, benché non assillante.
La produzione unisce al nome dello stesso regista quelli di Brian Grazer e Ron Howard (premi Oscar assieme per A Beautiful Mind), e di Robert Lorenz che, oltre a collaborare costantemente con Eastwood dal 1994, sarà regista del film che segnerà il rientro da attore sulle scene del grande Clint, in uscita per il prossimo anno!
J. Edgar è un’opera complessa, per quanto detto finora, straordinariamente assemblata e realizzata, per niente superficiale e ancor meno banale, per palati sopraffini. Se la prima impressione è quella di un film non incisivo, al contrario lancia temi stimolanti e tracce che, a seguirsi, solcano in profondità il pensiero dello spettatore. Il voto è 9: notevole!

Nick e Norah – Tutto Accadde In Una Notte


New York. Mollato dalla fidanzata Tris, Nick (Michael Cera) non riesce ad uscire dalla depressione neanche con l’aiuto degli amici gay del suo gruppo musicale punk, Dev (Rafi Gavron) e Thom (Aaron Yoo). Ma in una sola notte piena di disavventure, riuscirà ad innamorarsi della dolce Norah (Kat Dennings).
Dal romanzo omonimo di Rachel Cohn e David Levithan, adattato da Lorene Scafaria, una commedia sentimentale che è anche uno dei più riusciti atti d’amore per la Grande Mela delgi ultimi anni. L’equilibrio tra comicità e romanticismo è perfetto, alla larga da qualsiasi volgarità (quasi un miracolo oggigiorno). Dopo l’esordio di Long Way Home,  Sollett conferma di conoscere e amare il mondo dei giovani, descritto con partecipazione e spesso con delicatezza sorprendente; ed è capace di fermarsi e ascoltare i personaggi, interpretati da attori irresistibili. Gentile e generoso, è un piccolo film che avrebbe meritato maggiore attenzione. Colonna sonora magnifica, con brani tra gli altri di Band of Horses, Richard Hawley e Devendra Banhart (che compare nei panni di un cliente di un drugstore).

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