This Must Be The Place


“And you’re standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love /Cover up and say goodnight . . . say goodnight/Home – is where I want to be/But I guess I’m already there/I come home – she lifted up her wings/Guess that this must be the place”.

Il testo della canzone dei Talking Heads

Cheyenne (Sean Penn) è stato una rockstar nel passato. All’età di 50 anni si veste e si trucca come quando saliva sul palcoscenico e vive agiatamente, grazie alle royalties, con la moglie Jane (Frances McDormand) a Dublino. La morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Scopre così che l’uomo aveva un’ossessione: vendicarsi per un’umiliazione subita in campo di concentramento. Cheyenne decide di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla e inizia un viaggio attraverso gli Stati Uniti.

Diviso in due parti, una prima “sonora” e una seconda “verbosa”, il nuovo film di Sorrentino è tanto controllato quanto delirante. Per i primi minuti si ha l’impressione di stare davanti ad un capolavoro. Anche se non originalissimo nella sceneggiatura – frammentata – del regista insieme ad Umberto Contarello, e con, alle volte, un eccessivo tono lacrimevole, dimostra però il coraggio di chi non si è mai fatto corrompere davvero dai falsi miti del benessere e di chi non ha paura di rischiare in nome dell’Arte, in un mondo in cui tutti si definiscono artisti ma seguono le mode. Non manca comunque una certa ambiguità di fondo e sarebbe stato meglio alleggerirlo di una decina di minuti almeno. Abilissimo l’uso della macchina da presa di Sorrentino. Colonna sonora, montaggio, fotografia e scenografia (coronata spesso dal fumo di tabacco tanto caro al regista – vedi per esempio Le Conseguenze dell’Amore ) studiati meticolosamente e di un fascino suggestivo, meriterebbero un premio.

Pubblicato il 13/10/2011, in Recensioni con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 7 commenti.

  1. Visto…ieri notte per essere precisi. Però…non sono rimasto per niente soddisfatto.
    Non so se questo film mi è piaciuto. Istintivamente tendo a paragonarlo agli altri lavori di Sorrentino e secondo me…non riesce a tenergli testa.
    Attenzione, intendiamoci, la Formula è simile al passato e si riconosce la mano del maestro ma qualcosa non ha funzionato a dovere. Non voglio lamentarmi dei ritmi che spesso rasentano la noia perchè sostanzialmente è comune nei film di Sorrentino un certo “feticismo del tempo” cioè i suoi film pongono l’attenzione su ogni istante e lo presentano con cura, quindi si possono fraintendere volendo, le intenzioni del regista. Forse e dico forse, il problema sta nel personaggio di Cheyenne. Tutti i personaggi di Sorrentino hanno una sorta di Mordente. Titta di Girolamo (Le conseguenze dell’amore) come Geremia de’ Geremei (L’amico di famiglia) personaggi “Miserabili” ma con fermezza, dignità oserei dire. Ecco in un confronto a tre, quei tre, direi che Cheyenne risulta decisamente immaturo e nel film si percepisce…risulta a volte irritante. “Non ha mai cominciato a fumare perchè è rimasto bambino” cito una frase del film per motivare la sensazione che “This Must Be The Place” parli del percorso di maturazione di un bambino verso la sua consapevolezza di adulto. fin qui tutto bene se non fosse che il personaggio non regge la struttura del film, troppo melenso per i miei gusti. Non lo reputo un capolavoro purtroppo e vi invito a visionare gli altri lavori di Sorrentino per comprendere le mie motivazioni.

    PS: Tecnicamente perfetto, stiamo sempre parlando di Sorrentino.

  2. Eh già, Alèx, il film è anzitutto tecnicamente perfetto, anche troppo!
    Il contesto in cui collocherei questo film è importante, forse, per capire alcune scelte di Sorrentino. E’ questa l’opera con cui il regista si presenta al pubblico “americano”, con un lungometraggio girato per la prima volta anche negli States e destinato anzitutto al pubblico d’oltre oceano (benché la produzione sia italo-franco-irlandese). La scelta del plot, dell’attore principale e del tipo di ripresa rispondono fondamentalmente al target prescelto, quello del cinema indipendente di qualità, con ammiccamenti al mondo dello star system soprattutto musicale, per aggiudicarsi la fascia più ampia di spettatori (e produttori) con certo tipo di esigenze ed aspettative. Dunque abbiamo un genere, il film “on the road”, perfetto come contenitore di “presentazioni”, con tanto di evidente ispirazione cinematografica ai lavori di David Lynch e Wim Wenders per un verso e Michel Gondry per l’altro, un personaggio principale che è una ex rockstar interpretata da una movie-star indiscussa del calibro di Sean Penn, e una colonna sonora realizzata da un mito vivente del pop mondiale, sia pure di nicchia, come David Byrne.
    Sulle riprese del film Sorrentino è un vero portento! Con l’aiuto della fotografia di Luca Bigazzi, e delle scenografie di Stefania Cella e Roya Parivar, mette in atto una vera e propria compilation delle proprie capacità registiche e del proprio talento visionario. La camera da presa è “sfruttata” in tutti i modi, dai primo-piani deliziosi e carichi di giochi di luci e ombre, alle panoramiche dall’alto o in carrellata degli immensi spazi statunitensi, al vero e proprio videoclip musicale con scenografia di fondo che si ribalta e sopravanza sulle teste della band: autentici colpi da maestro! Da questo punto di vista Sorrentino voglia continuare a dirci “Come sono bravo, quanto sono bravo!!”, ed a ragione veduta in effetti.
    La sceneggiatura è molto interessante, con l’idea di un uomo di mezza età che ha vissuto fuori dal Mondo per decenni interi, che inizia a percepire la necessità di un cambiamento, e che intraprende un viaggio alla (ri)scoperta del padre, e in fondo di sé stesso. Esaltata indubbiamente dall’interpretazione di Penn, mostra ciò nonostante alcune pecche dovute alla ridondanza di situazioni che rendono il film eccessivamente verboso, come diceva Sista, ma in immagini più che in dialoghi, come la sequenza del pellerossa, o quella dell’autocombustione del SUV, giusto per citarne un paio. E un pò forzato nelle intenzioni appare l’utilizzo dell’argomento “Shoah”, poco funzionale all’opera proprio perchè superficialmente utilizzato come pretesto motivazionale.
    Dunque un Sorrentino che sfonda sul piano registico ma lascia, mettiamola così, margini di miglioramento a livello di scrittura. E magari come esordio internazionale va bene anche così.
    Di Sean Penn, dicevamo, l’altro pezzo pregiato dell’opera. Il suo personaggio è tra i migliori che abbia mai realizzato, e lo sappiamo che quando c’è da essere istrionici il nostro non perde mai l’appuntamento. Non ci sono sbavature, appare sempre controllato nella sua maschera di cerone, rossetto, mascara e capelli cotonati, chiaramente ispirata a personaggi del pop/rock anni ’80 del calibro di Robert Smith (celebre cantante dei Cure), con movimenti minimi, dettati probabilmente dall’uso di droghe che in età giovanile devono avergli bruciato il cervello anche se non completamente, dato che si mostra sempre storico nei confronti di ciò che lo circonda, prodigo di saggi consigli e buon dispensatore di ironia e sano sarcasmo. La lotta di Cheyenne è contro l’anti-conformismo di cui si è connotato ai tempi del successo, ma che lo ha tenuto fuori dal Mondo per lunghi anni.
    Due curiosità legate al mondo della musica. David Byrne, artefice della canzone che da il titolo al film coi suoi Talking Heads, appare come cantante nel ruolo di… Sè stesso!🙂
    E una particina (Mary), sempre a proposito di rockstar degli anni ’80, è affidata a Eve Hewson, che è addirittura la figlia di Bono degli U2.
    Complessivamente un film di grande qualità, ma per amanti non occasionali del cinema, che non convince fino in fondo ma che comunque non può lasciare delusi. Il voto è 8-.

  3. L’ho sempre detto io che Musapas….è un uomo buono🙂

  4. Ancora una volta in balia dei fuochi d’artificio.
    Tutti sul crane, assieme alla camera, per l’ennesimo volo senza rotta.
    Capita alle volte che, al ristorante,
    tu sia attratto da un’insalata ricca dal nome stravagante.
    Sei confuso, non sai cosa vuoi e ti illudi di risolvere il problema
    assaggiando un po’ di tutto.
    Poi, ti ricordi di quanto è bello dedicarsi ad un sapore
    unico e coerente, che la mente e il cuore possano ricordare a lungo.
    In questo, come nella maggior parte dei film di Sorrentino,
    il pubblico medio aspetta continuamente di essere “spiazzato”.
    Dai suoni messi in risalto quando meno te lo aspetti,
    ai passaggi di buffi personaggi fuori contesto,
    alle innumerevoli inquadrature che si aprono
    sul personaggio, in posa immobile, incorniciato da magnifiche scenografie.
    Certo tutto ciò è, anche e soprattutto, cinema, impatto visivo.
    Ma “regia” non è solo creare dei momenti “alti” avvalendosi
    dell’ultima tecnologia.
    Regia è soprattutto saperci arrivare e, una volta in cima, anche saper ridiscendere.
    Così come “narrazione” non può ridursi all’esposizione dei momenti
    salienti di una storia, eliminare i “tempi morti” e cercare
    di raccordare il tutto attraverso gag e gustose trovate.
    Concentratevi un attimo sulla scena tipo di un film generico:
    la musica è al massimo del lirismo,
    l’inquadratura viaggia, veloce o rallentata che sia,
    il personaggio pensa e, dai suoi primi piani, si intuisce come il suo sguardo stia attraversando le profondità dell’universo.
    Ecco, per me, che forse sono ormai irrecuperabilmnete vecchio,
    un film non può mostrare questo tipo di scena ogni cinque minuti e con
    personaggi che, fino alla fine, non si capisce cosa vogliano essere e
    dove vogliano andare.
    This Must Be The Feeling.
    Pierpaolo Moio.

  5. Pierpaolo io mi sono commosso🙂 alla fine dei miei giorni potresti recensire la mia vita, ti do tutti i diritti😄
    Scherzi a parte ( ti do tutti i diritti) Benvenuto fra noi Pierpaolo e grazie per il tuo commento!!!🙂

  6. Ciao Pierpa, ben ritrovato anche da queste parti!!🙂
    Ma niente niente eri un pò indisposto quando hai visto TMBTP?? :p
    Non sono d’accordo con te sul fatto che quella scena tipo che descrivi si riproponga così tante volte nel corso del film, e neppure sul fatto che Cheyenne non finisca col realizzare cosa vuole essere. Il finale ci dice chiaramente che vuole andare avanti, finalmente, e abbandonare completamente l’idea di sé immobile da dieci, venti o trent’anni.
    Piuttosto è il modo in cui arriva a quella determinazione che suscita qualche perplessità.

  1. Pingback: Paolo Sorrentino « Film che Passione!!!!

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