Terraferma (di Emanuele Crialese, 2011)


Su un’indefinita e soleggiata isola del Meridione d’Italia, circondata da un mare meraviglioso (è Linosa nella realtà) si svolgono i destini dei componenti della famiglia Puccillo. Il nonno Ernesto, vecchio pescatore, legato al lavoro della sua vita nonostante sia ormai improduttivo e vincolato da mille regolamentazioni; Nino, suo figlio, proiettato anima e corpo verso l’attività di operatore turistico, che sembra dettare l’unico futuro possibile per chi non vuole abbandonare la terra che abita; Giulietta, vedova dell’altro figlio di Ernesto, anch’egli pescatore, ingoiato prematuramente dal mare, che vorrebbe rifarsi un’esistenza sulla terraferma e brama il trasferimento in continente; e l’unigenito di lei, Filippo, adolescente in bilico tra l’innata vocazione peschereccia alimentata dalla figura del nonno, e le sirene turistiche dello zio.

Lo sbarco di profughi clandestini provenienti dall’Africa, e in particolare l’arrivo della giovane Sara, col suo figlioletto di nove anni e con in grembo un’altra creatura frutto della violenza subita ad opera dei carcerieri libici, irrompe nella vita della famiglia Puccillo, della piccola isola, e in definitiva dell’Italia, come un elemento chimico atto a provocare reazioni dagli esiti imprevedibili.

Terzo lungometraggio del regista siculo-romano Emanuele Crialese, ancora una volta legato alla terra d’origine dei suoi genitori (“Respiro” era ambientato a Lampedusa), e nuovamente a confronto col tema della migrazione, stavolta in entrata, dopo aver affrontato l’esperienza dell’emigrazione italiana verso gli States in “Nuovomondo”.

Tre sono gli elementi di forza di questo film. Balza subito agli occhi la veramente straordinaria fotografia di Fabio Cianchetti (“Canone inverso”, “Figli-Hijos”, “The dreamers”, “La tigre e la neve”, “Go go tales” tra gli altri suoi lavori), densa, che riempie i frames della pellicola con la luce dello splendido sole siciliano e col profondo blu del mare di Linosa, sottolineando in maniera inequivocabile la potenza e priorità dei due elementi naturali che dominano e regolano incontrastati l’esistenza nelle Pelagie.

La storia, poi, un soggetto elementare e lineare, mai banale, dotato di forza intrinseca propria, e sceneggiato quanto basta affinchè non si disperda la portata didascalica e provocatoria di cui è già di per sé portatore sano. Gli argomenti messi a fuoco sono pochi ma perfettamente centrati e incanalati verso quello che resta il tema principale, ben definito, in tutta evidenza, dallo scontro tra l’umanità di quella eterna legge dei marinai secondo la quale “non si lascia mai nessuno in mare”, e la barbarie della legge italiana che capovolge quel principio trasformando il mite soccorritore di un naufrago senza permesso di soggiorno in un delinquente passibile di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La denuncia appare palese. Ma Crialese non accusa e non prende posizione, limitandosi semplicemente a fornire allo spettatore tutti gli elementi utili per arrivare ad elaborare un proprio giudizio etico. Che differenza c’è tra il desiderio di nuova vita di Giulietta, materializzato nel concetto di “terraferma”, e quello di Sara, che aspira a raggiungere il marito nel Nord d’Italia in nome del diritto ad un’esistenza migliore? Eppure le due donne si parlano a stento. La questione morale è splendidamente rappresentata attraverso il personaggio di Filippo, con le sue lacerazioni interne, la sua ingenuità, i sogni via via meno vaghi, la sofferta scoperta del Mondo che lo attende, i suoi dubbi esistenziali, che sono poi quelli di un “Sud” eternamente combattuto tra il fortissimo desiderio di restare e l’impellente, pressante, vitale necessità di muoversi verso “Nord”.

Il cast, infine. La scelta di attori padroni del dialetto viene premiata dalle interpretazioni in puro stile neo-realistico del bravo Mimmo Cuticchio – nonno Ernesto, di un Beppe Fiorello perfetto per la parte di Nino, della sempre più convincente Donatella Finocchiaro (Giulietta), e soprattutto dell’eccellente Filippo Pucillo, ormai attore feticcio di Crialese, che nei suoi personaggi ricorda sempre più il Ninetto Davoli di Pasolini. E una menzione particolare merita sicuramente la bella ed intensa Timnit T., emozionante interprete di Sara.

Da vedere assolutamente sul grande schermo, per cogliere tutta l’energia della fotografia di Cianchetti e la bellezza delle inquadrature sempre sognanti di Crialese. Il voto è 8,5.

Pubblicato il 01/11/2011, in Recensioni con tag , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 8 commenti.

  1. Di questo film ne parli molto bene e mi invogli ancora di più a recuperarlo. Forse meglio di Respiro, tu l’hai visto? A me non fece impazzire. Questo peccato essermelo perso al cinema!

    • E’ diverso da “Respiro”, pur essendovi legato per ragioni geografiche e stilistiche. A me quello era piaciuto abbastanza, trovo accattivante la narrazione di Crialese e affascinanti le sue riprese. “Terraferma” per me è una conferma, ma ho letto anche critiche più fredde. Certamente ha fatto e farà discutere su un tema di drammatica attualità.

  2. Sicuramente. Al cinema non è certo nuovo il tema, ma a noi italiani ce piace!

  3. Me lo procuro subito, Pasqule sei una fonte inesauribile!!! Non conosco purtroppo Crialese ma vedrò di recuperare😉

    • Beh, Alèx, i film son tre in tutto finora, e sicuramente affascinanti dal punto di vista visivo, anche se “Nuovomondo” è un pò troppo onirico se vogliamo, e conoscendo i tuoi gusti non so se arriverai ad apprezzarlo😉

  4. Concordo con te, Pasquale! L’ho trovato un film molto attuale, emozionante e ben curato. Splendida fotografia e ottimo cast.😄

  5. Concordo in pieno con il giudizio di Pasquale! Questo film mi ha veramente commosso.Che dire poi del grande e antico nonno ” Cuticchio,”, nella fucina/ grotta sembrava il Dio Vulcano! Crialese non mi ha mai delusa, da Respiro a Nuovomondo.
    In definitiva tra i miei preferiti

  6. 8,5 anche per me e concordo con la recensione di Pasquale, in toto.
    Aggiungerei che la canzone che chiude è perfetta e ben legata al signficato del film, Le vent nous portera, nella raffinata cover di Sophie Hunger…

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