Ghost Dog – Il Codice del Samurai


Al servizio di mafiosi con cui comunica solo tramite piccioni viaggiatori, il killer newyorkese Ghost Dog (Forest Whitaker, più che ottimo!), si ispira ai valori dell’Hagakure, il trattato del XVIII secolo sull’etica dei samurai. Ma quando i suoi mandanti decidono di farlo fuori, si apre per lui un problema morale: come ribellarsi ai suoi signori?
Jarmusch (anche sceneggiatore) prosegue la riflessione sulla morte di Dead Man con un noir zen e onirico, che poi complica da una parte con siparietti parodici di cui sono protagonisti i gangster (tra cui l’immenso Henry Silva), dall’altra con sprazzi di commedia surreale nel solco del proprio cinema precedente. Il migliore amico di Ghost Dog, per esempio, è un gelataio francese (Isaach De Bankolé): ognuno parla la sua lingua e teme sempre che l’altro non abbia capito, anche se in realtà sono in perfetta sintonia e sincronicità. Appropriata metafora per un mondo allo sfascio, dove il tragico si mescola al ridicolo, il sangue ai cartoon, ma rimane qualcosa cui appigliarsi.

Un capolavoro a base di rap (Onyx, Mobb Deep), ambient e free Jazz a cura di The RZA, leader dei Wu-tang Clan. La fotografia è di Robby Müller. Damon Whitaker, fratello di Forest, è Ghost Dog da giovane.

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Pubblicato il 18/11/2011, in Recensioni con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Grande Barbara…hai postato uno dei miei preferiti 🙂
    Ghost dog per il mio modo di concepire il cinema e in generale gli spunti artistici, rientra alla perfezione nell’ambito dei Cult, dei film da vedere assolutamente. Spesso si è portati a semplificare le cose ad un livello poco naturale, mettendo semplicemente in contrapposizione il bene e il male. Questo film invece ci apre uno scenario in cui ogni cosa segue le proprie regole giuste o sbagliate che siano, indipendentemente dalle semplificazioni squisitamente occidentali. Il film si svolge traendo spunto dall Hagakure (il codice del samurai appunto) una delle opere più importanti tramandateci dal Giappone che in sostanza tenta di spiegare attraverso aforismi il Bushidō (la Via del guerriero). Il film dunque, cerca di adattare il significa di tali aforismi e quindi di tale dottrina ai giorni nostri e soprattutto fuori dal contesto orientale. Ciò che originariamente rappresentava la via del samurai qui invece parla della “via di un killer di colore”. La parola samurai tra le tante traduzioni ha quella di “servitore” infatti il nostro Killer di colore si ritrova casualmente vivo grazie ad un mafioso che lo salva da un pestaggio, da li in poi la sua vita sarà al servizi del suo “Signore”. Non vi dirò troppo del film perchè vorrei che lo vedeste senza troppe premesse. Questo film per me è eccezionale su molti livelli, le musiche sono fantastiche e riassumono lo spirito dell intero film, Rap accostato ad un samurai…vi pare poco? se non erro il caucasico sul tetto è lo stesso indiano che si vede in death man. Non dico altro 😛 Guardatelo assolutamente!!!!

  2. Concordo, Alèx! Non la si può spiegare un’opera come questa, è da vedere e basta!
    C’è tanto, tanto amore in questo film, uno di quelli che mi ha fatto maggiormente capire quanto non possa vivere senza Zen, musica e Cinema..

    P.S. riguardo all’indiano (sì, è lo stesso di Dead Man), mi fai sorridere perchè ricordo che qualcuno ai tempi del gruppo aveva detto che era lo stesso de Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo 😄

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