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Il cigno nero


TITOLO ORIGINALE: “Black Swan”; REGIA: Darren Aronofsky; ANNO: 2010; DURATA: 108′; CAST: Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Winona Ryder

Il sublime e “devastante” potere della Settima Arte si materializza, decomponendosi, nella nuova creatura partorita dal 42enne newyorkese Darren Aronofsky. Per ammissione dello stesso regista troppa era la materia prima da modellare in un solo film e così ha optato per la scissione in due: e difatti non sono certo invisibili i legami, i rimandi, gli specchi, ma definire “Black Swan” una semplice versione riveduta e corretta, declinata al femminile, del precedente “The wrestler” lo trovo personalmente privo di senso, se non altro perché ora scava più in profondità, sviscera maggiormente l’animo umano, oltrepassa le ferite della carne, i tormenti, i sensi di colpa, propri di Randy “The Ram” Robinson. Tutto questo c’è anche nella protagonista Nina (un personaggio dotato di maggior spessore e che evolve in modo decisamente più forte), ma il regista decide di esplorare la discesa agli inferi che passa attraverso la perdita di autocontrollo, incubi e allucinazioni, ossessioni, la violenza contro se stessi, lo sgretolarsi di qualsiasi tipo di relazione interpersonale, il tutto per poter raggiungere la perfezione, la purezza, per tirare fuori il cigno bianco: e se poi fosse proprio la scoperta del proprio lato oscuro, del cigno nero, a consentire la conquista del gradino più alto?

La ballerina del New York City Ballet Nina Sayers (Natalie Portman) vive già una sorta di competizione fra le mura domestiche: la madre, Erica (Barbara Hershey), ha dovuto lasciare la medesima professione per crescerla e, forse meno talentuosa della figlia, è divorata dalla gelosia, pur mascherata da un amore protettivo quasi morboso. Gli attriti tra loro aumentano quando la volitiva Nina viene scelta dal coreografo Thomas Leroy (Vincent Cassel) per interpretare il ruolo principale del Lago dei Cigni di Tchajkovskij, mandando “in pensione”, come in una crudele giostra, Beth MacIntyre (Winona Ryder). La ferrea determinazione di Nina la porta in rotta di collisione con chiunque le stia intorno, incluse le altre colleghe, tra cui la nuova arrivata Lily (Mila Kunis), ma soprattutto con se stessa.

Si passa dal ring di “The wrestler” alle fredde e grigie sale prova, ma anche agli anonimi camerini, ai lunghi corridoi o ai percorsi sotterranei del metrò, dove qualunque persona (come pure qualsiasi sfaccettatura del proprio “Io”), come una delle figure di Picasso, viene più volte riflessa, amplificata, deformata dai numerosi specchi e vetrate, tutto come fosse imprigionata in un tortuoso labirinto, costringendola ad una continua autoanalisi. Dal mio punto di vista non c’è paragone col film precedente quanto a tensione drammatica: la pellicola, come un’unica climax (che, tra gli altri significati, indica anche l’orgasmo, come riporta lo Zingarelli), procede spedita, senza un attimo di tregua, fino all’intenso, maestoso e meraviglioso finale. Narrativamente è ineccepibile e Aronofsky porta sullo schermo la sceneggiatura di Andres Heinz, Mark Heyman e John J. McLaughlin, rendendo perfettamente questo gioco del doppio, tra verità e finzione (d’altronde è un film su una rappresentazione artistica), passando ora da una parte ora dall’altra e servendosi di numerosi effetti visivi e pedinando sempre da vicino i propri attori, anche con camera a mano, rendendo tutto più destabilizzante e accattivante. La splendida colonna sonora firmata da Clint Mansell contrappunta i vari steps del percorso di Nina spesso senza essere invadente prima di acquistare un elevato peso specifico nell’epilogo. Un “horror sulle punte”, come è stato giustamente definito, dotato di un’eleganza barocca che si avvale delle ottime performances del cast, molto credibile, dai protagonisti fino ai comprimari. Dal sempre più bravo V. Cassel, ex-Cronenberg, alla rivelazione M. Kunis fino alle incisive B. Hershey e W. Ryder, ma non sono di parte se affermo che molto si regge sul fragile, e forte al tempo stesso, fisico di N. Portman, che qui raggiunge una vetta assoluta della sua già brillante carriera.
Un’interpretazione perfetta quella della Portman, intensa ed empatica, molto corporale (grazie a lunghi allenamenti e qualche kg in meno) ma altrettanto, se non di più, mentale, dolorosa, devasta(nte)ta, proprio come il duplice personaggio che deve portare sul palcoscenico. Va bene il premio veneziano alla Kunis (che però non può certo cancellare una colpevole ed incomprensibile sottovalutazione dell’opera, stroncata senza mezzi termini da gran parte della nostra provinciale, anzi, comunale critica; per questo basta attraversare le Alpi e dare un’occhiata ai Cahiers, Premiere, Studio Ciné Live, Le Monde, Le Parisien…), ma il paragone non regge, come testimonia il lungo elenco di statuette vinte dalla Portman culminato con il Critic’s Choice Award, il Bafta, il Golden Globe e, naturalmente, il suo primo Oscar (alla seconda nomination).

Voto: 10/10

“1921 – Il mistero di Rookford”, di Nick Murphy (2011)


La Prima Guerra Mondiale ha comportato un ingente numero di caduti, decimando intere famiglie. Terminato il conflitto, anche in Inghilterra il dolore dei familiari superstiti ha cercato consolazione in un sempre maggior ricorso allo spiritismo, incorrendo fatalmente nelle speculazioni dei soliti approfittatori. A paladina della lotta verso tali spietati lucratori si erge, a supporto della religione e con il conforto della scienza, la giovane scrittrice Florence Cathcart (Rebecca Hall), che ha deciso di dedicare, finanche allo sfinimento, la propria esistenza allo smascheramento di quelle ignobili truffe.

Sebbene provata dalle numerose investigazioni, decide di accettare l’incarico propostole da Robert Mallory (Dominic West), reduce di guerra sopravvissuto ai suoi compagni d’arme e ora docente presso il collegio di Rookford, nella campagna inglese, dove l’asserita presenza del fantasma di un bambino sta seminando il terrore tra i giovanissimi studenti. Con l’ausilio dei mezzi tecnologici e investigativi di cui dispone, Florence sembra risolvere l’enigma e riportare la serenità nel giro di pochi giorni. Dovrà invece fare i conti con le proprie convinzioni e con una realtà non conforme alle apparenze.

Il regista Nick Murphy, al suo esordio sul grande schermo, realizza con sorprendente perizia una classica storia di fantasmi in bilico tra horror, mistero e psicologia, ricorrendo ai più noti strumenti del genere e combinandoli in maniera da fabbricare efficacemente il brivido, l’attesa, le inquietudini interiori dei personaggi. Incontrano favorevolmente il gusto di chi scrive, dunque, l’uso equilibrato degli effetti sonori, le riprese in chiaro-scuro in perfetto stile gotico, la colonna sonora minimale ma enfatica al punto giusto, il ricorso al doppio gioco, ai caratteri inquietanti, agli intensi primissimi piani retti magistralmente dagli interpreti. E scrive una sceneggiatura, a quattro mani con Stephen Volk, ricca di ammiccamenti a classici anche recenti del mistero, quali “The Others”, “L’uomo senza sonno”, “23”, che se pur articolata in maniera più complessa di quanto sembri (lo si realizza meglio alla fine del film, e questo è un pregio),  regge alla grande per tre quarti dell’opera, stirandosi un po’ troppo in un finale caratterizzato da un sottile ma percettibile cambio di registro, e che, nel confrontarsi con il sopranaturale, se certamente spiazza, forse finisce con lo spiegare un po’ troppo e rischia di frammentare la linearità della suspense.

Senza inventare nulla di nuovo, Murphy ci lascia un film in grado di regalarci antichi brividi e discrete soddisfazioni intellettive, cosa decisamente rara ai giorni nostri. A dire il vero, resta la fame di una rinnovata visione, per poterne valutare e apprezzare meglio la struttura alla luce delle corrette chiavi di lettura (a proposito, il titolo originale, “The Awakening”, si fa leggermente preferire in questo senso) rivelate in poche e succinte, quanto spiazzanti riprese. L’effetto, per intenderci, ma senza voler approfondire il paragone, è un po’ quello de “Il sesto senso”. 😉

Ottima l’interpretazione di Rebecca Hall, assoluta protagonista dell’opera, capace di catalizzare le attenzioni e indirizzare le emozioni dello spettatore con una gestualità degna del miglior teatro britannico, e una misurata mimica facciale tale da esaltare i già citati primissimi piani di Murphy: brava e bella.

Quanto a capacità recitativa, non c’erano dubbi sul fatto di ritrovare in Dominic West (visto all’opera di recente anche nel secondo episodio di “Johnny English” con perfetto aplomb da agente segreto) quanto di buono produce da sempre la scuola teatrale d’oltremanica. Inutile poi soffermarsi su Imelda Staunton, “Mrs. Drake” non è capace di deludere.

Voto: 7,5. Da rivedere, ma per mero piacere.

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