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Dodes’ka-den


Ritratto della società contemporanea giapponese e degli emarginati, diseredati e disadattati da essa prodotti. Otto episodi per otto situazioni di dolore: il barbone lascia morire il proprio figlio; un quindicenne gira la bidonville alla guida di un tram immaginario (e continua a ripetere il suono onomatopeico con cui imita il rumore delle ruote sui binari e che dà il titolo al film); l’impiegato vittima della moglie bisbetica; un marito si rifiuta di parlare alla moglie; due operai ubriaconi si scambiano le mogli; lo zio violenta la nipote che si vendica su un coetaneo, l’unica persona che le aveva dimostrato un pò d’umanità; il marito di una moglie infedele ama i cinque figli come fossero suoi; a un artigiano è rimasta solo l’ironia per parare i colpi della sfortuna.
Tratto dal romanzo di Shugoro Yamamoto La Città Senza Stagioni, il film è la summa delle opere sociali del regista, nonché sua prima pellicola a colori. Bellissimo ma fu un fallimento e per questo motivo il regista tentò il suicidio.

El Topo


Il giustiziere El Topo (Alejandro Jodorowsky) è spinto da Mara (Mara Lorenzio) a sfidare i quattro pistoleri più bravi che vivono nel deserto: dopo averli eliminati con l’inganno, El Topo viene ferito da Mara e dalla sua amante (Paula Romo) e trova rifugio in una comunità sotterranea di storpi e di freaks; decide di aiutarli esibendosi come saltimbanco, ma il mondo che trova al di fuori è sempre più crudele e corrotto.
Il film che rese noto Jodorowsky in tutto il mondo (specie dopo che Allen Klein, il manager dei Beatles, ne comprò i diritti), diventando il primo cult movie nelle proiezioni di mezzanotte nelle sale americane frequentate da studenti, fricchettoni e cinefili. Lo racconta bene un documentario, Midnight Movies – From the Margin to the Mainstream.
Spesso è stato liquidato come un pastiche di crudeltà da spaghetti-western, tardo surrealismo, pillole di saggezza orientale, misticismo ed erotismo, il tutto bagnato da un generico spirito anti-imperialista e antiborghese: al di là dei dialoghi sentenziosi, si tratta di una classica parabola di perdizione e redenzione, messa in scena con uno stile ipertrofico che cerca a tutti i costi la meraviglia (e la ottiene). La seconda parte, che ricorre alla comicità chapliniana nel descrivere il rapporto tra El Topo e la nana (Jaqueline Luis) che si innamora di lui, è addirittura toccante!
“El topo” in spagnolo significa “la talpa“: l’animale che quando vede la luce ne rimane accecato. Oggi circola un’ottima edizione restaurata in dvd.

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