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I Sette Samurai


“Ancora una volta abbiamo perso…i veri vincitori sono loro”

Nel Giappone del Cinquecento, sconvolto dalle guerre civili alcuni contadini assoldano sette samurai per difendersi dai briganti. Vincendo le barriere di classe, i mercenari solidarizzeranno con gli agricoltori e si sacrificheranno per loro: alla fine il saggio capo (Takashi Shimura) dei samurai sentenzia: “Ancora una volta abbiamo perso…i veri vincitori sono loro”.
Uno dei capolavori di Kurosawa (autore anche della sceneggiatura con Shinobu Hashimoto e Hideo Ognuni), un film d’avventura dal respiro epico che cela un’elegia della terra e della solidarietà, com’è nello spirito umanitario del regista.
Al centro c’è il confronto-scontro tra due culture, quella della campagna e quella delle armi, e se la prima è descritta nella sua globalità, attraverso il ritratto collettivo dei contadini, la seconda è più approfondita e i sette differenti caratteri dei samurai incarnano aspetti diversi della morale e del comportamento giapponese: Kambei (Takashi Shimura) è la saggezza e il disincanto (capace di sottolineare il carattere autodistruttivo dell’impresa), Heihaci e Gorobei (Minoru Chiaki e Yoshio Inaba) sono l’astuzia, la giovialità, il buon senso, Kyuzo (Seji Miyaguchi) è la concentrazione ascetica, Katsushiro (Ko Kimura) rappresenta l’entusiasmo della gioventù, la generosità e l’idealismo, Shichiroj (Daisuke Kato) è la professionalità che vuole restare nell’ombra, Kikuchiyo (Toshiro Mifune) è il personaggio che lega le due culture con le sue origini contadine e la sua scelta di diventare samurai per volontà, timido dietro le sue audacie, sbruffone ma sostanzialmente insoddisfatto. Raccontato con il fascino e la grandezza delle cose semplici e profonde, il film è soprattutto un incitamento contro la rassegnazione e lo scoramento, visti come i due grandi nemici dell’uomo. Per apprezzare la scioltezza del racconto, I Sette Samurai va visto assolutamente nella versione integrale (in tv viene programmata sottotitolata) e non nella versione doppiata, ridotta a soli 140’, nella quale le bellissime scene della battaglia sono malamente tagliate. Rifatto a Hollywood come I Magnifici Sette (1960).

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Vivere


L’oscuro burocrate Watanabe (Takashi Shimura), detto “la mummia”, quando sa di avere un tumore allo stomaco e pochi mesi di vita, si impegna per realizzare, almeno una volta nella sua vita, qualcosa di utile: la costruzione di un parco giochi che lui stesso aveva insabbiata.

Rashōmon


Un monaco (Minoru Chiaki), un boscaiolo (Takashi Shimura) e un passante (Kichijiro Ueda) discutono del caso di un bandito (Toshiro Mifune) accusato di avere ucciso un samurai (Masayuki Mori) e di averne stuprato la moglie (Machiko Kyo). Ognuno dei partecipanti (i morti vengono evocati da una maga) racconta una versione diversa dei fatti, accollandosi la responsabilità del delitto, ma scaricandone la colpa sugli altri due. Il boscaiolo riferisce una quarta versione, che non va a onore di nessuno dei tre.
Una parabola sulla relatività delle verità, con un’apertura umanitaria nel finale. Congegnato con grande abilità e un superiore senso di ironia, e girato con uno stile nervoso e molto moderno. Il film che ha reso noti Kurosawa, Mifune e la Kyo in Occidente, Leone d’oro a Venezia e Oscar per il miglior film straniero. Accusato di essere troppo europeizzante dagli occidentali (ma i racconti di Akutagawa da cui è tratto sono degli anni Dieci), e poco amato in patria (i produttori non volevano mandarlo a Venezia perché pensavano fosso poco esportabile): capita anche ai capolavori.

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