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Sanjuro


Un astuto samurai, Sanjuro (Toshiro Mifune), cerca di moderare e guidare nove giovani congiurati che vogliono instaurare un nuovo governo nel loro piccolo stato feudale.
Un film scritto per Horikawa e solo in ultimo affidato al regista di La Sfida del Samurai, che riprende il personaggio di Sanjuro, portandone a termine la demitizzazione con il senso dell’umorismo e la forza dell’ironia. La messinscena e la stilizzazione della violenza sono giapponesi; ma il ritmo, e anche il personaggio di Mifune, ruvido e generoso, hanno qualcosa di fordiano.

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La Sfida del Samurai


Capitato in un paese desolato, il samurai Sanjuro (Toshiro Mifune) senza padrone decide di sfruttare a suo favore la guerriglia tra i due capitalisti locali. Con le armi dell’astuzia e del doppio gioco (ma con uno spirito cavalleresco di fondo) riuscirà a riportare la pace in città.
“Una graffiante parodia di un western hollywoodiano” [Aldo Tassone] piena di azione, di violenza e di umorismo sarcastico sceneggiata dal regista con Ryuzo Kikushima. Sergio Leone lo imiterà (senza riconoscere il debito) nel più fortunato (ma meno brillante) Per Un Pugno di Dollari; Michael Cimino lo citerà nel finale di L’Anno del Dragone (l’eroe che porge l’arma al nemico morente); Lawrence Kasdan lo mette nella sceneggiatura di Bodyguard (è il film preferito da Kevin Costner); Walter Hill l’ha rifatto in Ancora Vivo. Mifune grandeggia nei panni del personaggio beffardo ed enigmatico (il suo nome, Sanjuro, significa più o meno “Nessuno”), vero antesignano di Clint Eastwood. Formalmente uno dei film più brillanti di Kurosawa. Seguìto da Sanjuro.

La Fortezza Nascosta


In un Giappone feudale, dilaniato da conflitti intestini, il generale Rokurota Makabe (Toshiro Mifune), a seguito della sconfitta e della morte del suo signore, deve portare in salvo, in territorio neutrale, la sedicenne principessa erede al trono Yuki e il tesoro dello stato – sbarre d’oro camuffate dentro rami secchi – necessario a finanziare la riscossa.
Una favola avventurosa, a metà tra il film di samurai e il romanzo picaresco di tradizione occidentale. Kurosawa recupera la comicità del teatro kabuki e la fonde con il ritmo del cinema classico americano: la miscela è curiosa, avvincente e spettacolare. Tra le scene più indimenticabili la festa notturna del fuoco e l’evasione dei prigionieri dal castello.

Rashōmon


Un monaco (Minoru Chiaki), un boscaiolo (Takashi Shimura) e un passante (Kichijiro Ueda) discutono del caso di un bandito (Toshiro Mifune) accusato di avere ucciso un samurai (Masayuki Mori) e di averne stuprato la moglie (Machiko Kyo). Ognuno dei partecipanti (i morti vengono evocati da una maga) racconta una versione diversa dei fatti, accollandosi la responsabilità del delitto, ma scaricandone la colpa sugli altri due. Il boscaiolo riferisce una quarta versione, che non va a onore di nessuno dei tre.
Una parabola sulla relatività delle verità, con un’apertura umanitaria nel finale. Congegnato con grande abilità e un superiore senso di ironia, e girato con uno stile nervoso e molto moderno. Il film che ha reso noti Kurosawa, Mifune e la Kyo in Occidente, Leone d’oro a Venezia e Oscar per il miglior film straniero. Accusato di essere troppo europeizzante dagli occidentali (ma i racconti di Akutagawa da cui è tratto sono degli anni Dieci), e poco amato in patria (i produttori non volevano mandarlo a Venezia perché pensavano fosso poco esportabile): capita anche ai capolavori.

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