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“Shame”, di Steve McQueen (2011)


Shame è un grido di dolore che non trova risposta. E un segnale d’allarme lanciato alla nostra società.

 

Nella Grande Mela, il solitario Brandon (Michael Fassbender) ha abboccato agli odierni richiami più massificati, un impiego moderno e redditizio e una vita da godere al massimo. In nome di questo stile concentra i suoi sforzi e il suo tempo in direzione di ciò che più di ogni altra cosa lo aiuti a materializzare il concetto di piacere, le donne, ma rinunciando a qualsiasi elemento che possa imbrigliare la ripetizione infinita e sempre originale del progetto, ai legami stabili e in definitiva all’affetto. Sostanzialmente egli vive di danaro e sesso, e la solitudine è condizione comprimaria indispensabile di un metodo scientifico, ordinato, che sembra funzionare a meraviglia. Quando Sissy (Carey Mulligan) chiede asilo al fratello portandosi dietro il suo carico di incertezze e debolezze, quell’equilibrio viene presto minato, finendo con lo scoperchiare un pentolone da troppo tempo tenuto sul fuoco. Brandon non riesce a nascondere la sua gelosia per quel suo mondo, ma arriva presto a realizzare il cortocircuito che rischia di imprigionarlo per sempre. Si rende conto di aver totalmente rinunciato non solo alla sfera dei propri affetti, respingendo bruscamente la sorella a caccia di conforto, ma addirittura a quella della sessualità, avendo inconsapevolmente cancellato nel tempo ogni traccia di rapporto con l’altro sesso che non prevedesse il solo uso “distorto” dell’apparato genitale. E’ incapace di abbracciare la persona che rappresenta la sua intera famiglia, di intrattenere una discussione a cena con la collega più desiderata, di trasmettere quell’amore che ha ormai irrimediabilmente sepolto sotto una fitta coltre di pornografia. Il tentativo di porre rimedio è disperato e doloroso, anche perché adesso è la “vergogna” a impedirgli di chiedere aiuto.
Steve McQueen dà spazio e forma a una delle più pericolose tendenze dell’uomo occidentalizzato, quella che risponde alla tentazione di ritenersi autosufficienti, di essere gli unici artefici di una vita capace di sole soddisfazioni fugaci, e in cui l’unica esigenza permanente sembra essere quella (economica) di potersele mantenere. Il tema è sviscerato in maniera completa e convincente, grazie anche all’incommensurabile apporto recitativo e fisico di un grande Michael Fassbender, che ci mette anima e pelle, ma forse esagera addirittura in bravura facendo insorgere il dubbio che si stesse anche divertendo… 😉 (L’unica certezza degli imminenti Oscar doveva essere la sua nomination per migliore attore protagonista… Sob!)
Ma notevole è pure l’interpretazione di Carey Mulligan, che sfrutta al meglio il minore spazio a disposizione per pennellare ad arte un personaggio altrettanto amaro e sofferente, col lusso di dar fiato alle sue sorprendenti corde musicali.
Piuttosto è la regia a lasciare qualche perplessità, probabilmente per vizio di maturità. Autore anche della sceneggiatura, con l’aiuto di Abi Morgan, McQueen procede a briglie sciolte, ricorrendo spesso a piani sequenza esaltati certamente dalle doti degli interpreti, anche nelle scene più spinte, laddove evita di scivolare sul viscido gradino della ripresa morbosa. E, se per un verso, la scelta denota mirabili doti tecniche, per l’altro incentiva un’ingenua propensione narcisistica, marcata in particolare dalla scena in cui Brandon scende per strada a far footing (senza doppi sensi), che appare inutilmente prolissa. Il finale inoltre appare un po’ trascinato, necessitava forse un po’ di coraggio per qualche taglio di montaggio in più.
Suggestiva ed appropriata la scelta dell’accompagnamento sonoro, con il ricorso massiccio alle splendide esecuzioni per solo pianoforte affidate al genio di Glenn Gould.
Dunque un film che vince ma non convince appieno, andando a bersaglio col favore di qualche carambola fortunata. Val la pena di attendere McQueen (del quale non ho ancora visto Hunger) a prove di maggior compattezza; e se l’interpretazione di Fassbender è notevole, chissà cos’altro dovrà inventarsi per guadagnarsi il meritato Oscar! Nella speranza di non assistere il prossimo anno alla ripetizione di quanto avvenuto nelle stagioni passate col buon Colin Firth, al quale a nulla valse la strepitosa resa in A Single Man e dovette privarsi parzialmente della parlantina per aggiudicarsi la statuetta più ambita.
Voto: 7,5.

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“J. Edgar”, di Clint Eastwood (2011)


Quello che leggerete tra qui e la locandina sono le principali note biografiche di John Edgar Hoover, forse l’uomo più potente degli Stati Uniti d’America di tutto il secolo passato, nonché uno tra i più controversi personaggi pubblici della sua era. Da giovane impiegato del Dipartimento di Giustizia, assegnato al Bureau of Investigation ne divenne presto il direttore, segnandone la storia con una fitta serie di interventi radicali che ne consentirono una crescita esponenziale quale strumento di lotta alle più pericolose minacce del XX° Secolo alla democrazia statunitense: a livello politico i comunisti, i radicali e i sovversivi, e sul piano più proprio della sicurezza pubblica i gangsters degli anni ’30 e successivamente la mafia.
Sfruttando la grandissima eco emotivo-mediatica legata alla vicenda del rapimento del figlioletto del celebre trasvolatore Lindbergh, Hoover amplificò i poteri della sua agenzia ottenendone l’elevazione a livello federale (F.B.I.), e accattivandole definitivamente il ruolo di indispensabile paladina della popolazione dinanzi al dilagare del crimine. Nel dopoguerra, a seguito dell’intervento della Suprema Corte volto a limitare il potere investigativo e persecutorio del Bureau nell’ambito della lotta al comunismo (maccartismo), diede vita a un programma segreto, il COINTELPRO, volto a sorvegliare, anche mediante infiltrazioni, screditare e distruggere le organizzazioni di politica interna ritenute sovversive. L’ambito d’azione del progetto toccò sia celebri simpatizzanti comunisti (Charlie Chaplin il più noto), sia movimenti di lotta per i diritti civili quali quelli delle Black Panther e di Martin Luther King, attraverso l’utilizzo di mezzi finanche illegali e violenti (con l’accusa di coinvolgimento in veri e propri assassinii).
Hoover riuscì a sopravvivere a sospetti ed attacchi aggrappandosi a una fitta e sistematica opera di spionaggio a danno di personaggi importanti della scena non solo politica americana, ciò che portò alla raccolta di un cospicuo archivio di informazioni molto personali riguardanti soprattutto le abitudini sessuali e gli orientamenti politici alternativi di celebrità fino al rango dei vari presidenti degli USA e rispettive consorti. Questo gli permise di conservare per ben 48 anni, dal 1924 sino al momento della morte intervenuta nel 1972, la carica di direttore della F.B.I., e di godere di un potere senza pari e apparentemente sconfinato. La sua autobiografia, consegnata ai posteri sotto dettatura, ne ha raccolto molta parte della carriera, rimanendo però non propriamente scevra di mistificazioni.
Poche sono le notizie trapelate, nel corso della sua esistenza come successivamente, circa la sua vita privata. Rimasto scapolo, fu incapace di sottrarsi alla forte influenza di una madre dominante, con la quale rimase a convivere nella casa di famiglia. Pare che provò ad accasarsi un paio di volte: corteggiando invano Helen Gandy, che ne rifiutò la mano ma divenne sua personale e fedelissima segretaria; e frequentando l’attrice Dorothy Lamour prima, e la madre di Ginger Rogers più tardi, senza sviluppi sentimentali. E molto controverse sono le voci su una sua più o meno latente omosessualità, ispirate probabilmente dalla infinita dose di invidie e cattiverie ingenerate dal prolungato esercizio del potere, ma anche alimentate dal particolare rapporto tenuto con il suo vice e braccio destro di sempre, Clyde Tolson, col quale per lunghissimi anni condivise lavoro a stretto contatto, pasti, vacanze e divertimenti, e che pur ora giace a pochi metri dalla tomba di Hoover al Cimitero del Congresso. Tutto questo è lucidamente contenuto nell’ultimo film di Clint Eastwood, detto senza timore di spoiler e con l’intento di favorire un approccio “informato” all’opera.

E’ evidente come la vecchiaia stia ispirando i temi affrontati dal mitico regista californiano negli ultimi suoi lavori, e in particolare il rapporto con la morte. La scelta di morire in Million Dollar Baby, l’avvicinarsi inesorabile all’epilogo della vita in tempo di guerra (Lettere da Iwo Jima) e di pace (Gran Torino), il sentimento dell’Aldilà (Hereafter). E adesso un ideale esame di coscienza, attraverso la revisione di una delle esistenze statunitensi più importanti del secolo passato, con l’attenzione rivolta alla definizione di un’eredita da lasciare ai posteri.
Perché certamente J. Edgar è una sorta di biopic, un racconto degli eventi maggiori che hanno segnato l’esistenza di Hoover, necessariamente sintetico data la vastità degli argomenti. Ma, più di ogni altra cosa, è una riflessione sulla (in)capacità dell’uomo di dominare la storia, di governare l’immagine di sé stesso nel corso e al di là della propria vita.
Questa la chiave di lettura che emerge dal vero filo conduttore della sceneggiatura, quello della ridondante proposizione delle scene in cui Hoover si ostina a dettare, spesso alterando la verità, le proprie memorie allo scribacchino di turno, puntualmente sostituito nel momento in cui manifesta cenni di mancata adesione al punto di vista del direttore. Che però viene smentito più volte sia dalle sequenze relative agli episodi via via raccontati, sia nel drammatico dialogo tra J. Edgar e Tolson che prelude al finale del film, in cui emerge in tutta evidenza il tema della condizionante, sterilizzante (in senso generativo) convivenza di “Io” e “Maschera” nel protagonista della vicenda.
Inutile attendersi la visione di qualcosa di sentimentalmente appassionante, perché ciò che costituisce lo straordinario punto di forza del lungometraggio coincide precisamente con il suo inevitabile e coraggioso momento di maggior debolezza. Raccontare la vita di un uomo ambizioso, geniale, lungimirante e tenace, ma al tempo stesso geloso, invidioso, meschino e protervo, che ha vissuto in funzione della conservazione dell’opinione della persona che più temeva (la madre), della sopravvivenza della creatura che ha amato sopra tutto (l’F.B.I.), e dell’artificiosa costruzione di un’immagine di sé irreprensibile ad ogni costo agli occhi tanto dei contemporanei quanto dei posteri, non può non implicare la scelta di toni cupi, di atmosfere indefinite, di contorni incompleti, sospesi, dissimulati, illusori. E pedissequa è la sensazione che resta allo spettatore al termine della visione, dominata da un alone di indecisione ed incertezza, affamata di “perché”, di riflessioni che vorrebbero investire il senso del film, ma che in definitiva dovrebbero risolversi, secondo l’intento del regista, su quello della propria condotta di vita.
Tale disegno è espresso e sottolineato dalla perfetta fotografia di Tom Stern, superlativa nella illuminazione delle predominanti scene d’interni, e dalla regia asciutta e precisa di un sempre sicuro Eastwood, degno esecutore di quella che è senz’altro la componente più importante ma anche più complessa dell’opera, la sceneggiatura di Dustin Lance Black (sceneggiatore già premio Oscar per Milk di Gus van Sant), il cui maggior pregio è quello di evitare una classica sequenza cronologica degli eventi, che avrebbe appesantito irrimediabilmente il racconto, a vantaggio di una sapiente distribuzione di salti temporali con cui si alternano fasi storiche e momenti privati (questi più suggeriti che affermati).
E impressionante è il lavoro di un sempre più stupefacente Leonardo Di Caprio, capace di rendere magistralmente, anche sul piano fisico (con l’ausilio di un trucco notevole per le parti di Hoover invecchiato), le aspirazioni, i tormenti, le debolezze e le auto-mutilazioni di un personaggio estremamente controllato e composto nelle sue manifestazioni, caratterizzato da un accennato ma sensibile balbettio nei momenti di maggiore imbarazzo. E’ facile immaginare che possa correre da favorito per l’Oscar quale miglior protagonista, anche se la concorrenza sarà importante.
Belle anche le interpretazioni di una Naomi Watts quasi irriconoscibile nei panni della segretaria Gandy, fedele al ruolo del personaggio e convincente, e di Armie Hammer (ricordate i gemelli Winklevoss in The Social Network? Lui era Cameron, quello più “sveglio”!) un Clide Tolson dalla latente ambiguità sempre rivestita di uno stile impeccabile. E poi l’affermatissima Judy Dench, perfetta nel ruolo della madre ferrea e dominante, benché non assillante.
La produzione unisce al nome dello stesso regista quelli di Brian Grazer e Ron Howard (premi Oscar assieme per A Beautiful Mind), e di Robert Lorenz che, oltre a collaborare costantemente con Eastwood dal 1994, sarà regista del film che segnerà il rientro da attore sulle scene del grande Clint, in uscita per il prossimo anno!
J. Edgar è un’opera complessa, per quanto detto finora, straordinariamente assemblata e realizzata, per niente superficiale e ancor meno banale, per palati sopraffini. Se la prima impressione è quella di un film non incisivo, al contrario lancia temi stimolanti e tracce che, a seguirsi, solcano in profondità il pensiero dello spettatore. Il voto è 9: notevole!

“Le idi di marzo”, di G. Clooney (2011)


Corrono le primarie presidenziali negli USA e si fronteggiano i due candidati democratici che presumibilmente, vista la pochezza dei rivali di parte repubblicana, di fatto si giocano da subito la carica di prossimo presidente. Stephen Meyers (Ryan Gosling) è il giovane e brillante responsabile della comunicazione dello staff del governatore Mike Morris (George Clooney), uno dei due contendenti, sotto la supervisione del veterano Paul Zara (Philip Seymour Hoffman). Stimato e presto corteggiato anche dalla avvantaggiata controparte, Meyers sostiene lo schieramento per il quale lavora perché totalmente attratto dagli ideali di Morris, pienamente aderenti alla Costituzione. Quando approfondisce la conoscenza di Molly Stearns (Evan Rachel Wood), un’intraprendente volontaria, e quasi contemporaneamente Tom Duffy (Paul Giamatti), il responsabile della campagna elettorale avversaria, gli propone di passare dalla sua parte, il mondo di Stephen patisce un terremoto che provocherà danni, revisioni e scelte dolorose.

L’affermata ditta Clooney/Heslov (regia del primo, produzione e sceneggiatura condivise), alla terza collaborazione sui quattro lungometraggi del fascinoso George, mette alla luce un nuovo prodotto cinematografico portando sugli schermi la pièce teatrale autobiografica “Farragut North” scritta da Beau Willimon (suo anche il soggetto), autore dal passato simile a quello del protagonista dell’opera.
Solo apparentemente il film sembra indossare una veste “politica”, che sarebbe un po’ banale oltre che ridondante, mentre lo stesso Clooney ha tenuto a precisare che l’intento perseguito è più ampiamente “morale”, anche se non precettivo. E’ “il comportamento degli esseri umani di fronte a questioni etiche” – parole di George – a venire alla luce, facendo de Le idi di marzo “un’opera dai toni più personali che non politici, non a caso disseminata di echi shakespeariani, a partire dal titolo”.
Dunque, non un’ammonizione preventiva nei confronti della fazione Democratica, che lo stesso regista predilige, in vista delle imminenti presidenziali statunitensi (quelle vere), ma un percorso minato di scelte morali per personaggi che in vario modo si accostano alla politica e al potere, dal quale scaturisce un quadro drammatico, sia pure rappresentativo di situazioni evidentemente già note e/o immaginabili, criticamente stimolante per lo spettatore e, anzitutto, per i medesimi protagonisti delle vicende narrate.
Così emerge splendidamente il percorso di crescita del personaggio più importante, il rampante Stephen Meyers, i cui ideali iniziali vengono radicalmente messi in discussione da una serie di vicende forti che lo investono proprio nel momento in cui sembra avere il mondo in pugno, ne mettono a dura prova le basi morali e le capacità professionali, spingendolo a modificare sostanzialmente la propria visione delle cose. Dunque Le idi di marzo è anche un romanzo di formazione, i cui passi vengono scanditi magistralmente dalla minimale quanto intensa e puntigliosa mimica, facciale innanzitutto, di Ryan Gosling, a questo punto decisamente “attore dell’anno” dopo l’altrettanto micidiale interpretazione in Drive. Sua la scena che più ha impressionato chi scrive, quella del dialogo in controcampo al bar con l’affascinante Evan Rachel Wood, da manuale del buon cinema, perfetta nella scolastica esecuzione delle riprese e del montaggio, con luci calibratissime in chiaro-scuro a sottolineare le parole non dette, e con l’incedere dei due visi talmente realistico, accurato ed espressivo da sembrare autentico: magistrale! Applausi!!
Altro ruolo denso di provocazioni etiche, nonostante la apparente marginalità e la criticabilità della figura in sé (sembra però che in politica, ahinoi quella vera, non se ne possa più fare a meno!), è appunto quello della studentessa volontaria Molly Stearns, rivalutato dalla brillante caratterizzazione della Wood, in barba, come si diceva prima, alla “ordinarietà” del personaggio (ciò che forse costituisce il vero punto debole della sceneggiatura).
Un’altra delle cose al contrario meglio riuscite è lo scontro, sullo sfondo, dei due capi-staff, interpretati da caratteristi iconici del calibro di Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti, ai quali, bontà loro, basterebbe il solo uso del corpo che Dio gli ha donato per essere perfetti interpreti dei loro personaggi, e su questo punta molto Clooney, e a quello aggiungono spesso e volentieri bravura e mestiere da vendere. Il loro duello, che si appalesa visivamente in un’unica scena per continuare di seguito alla distanza, dà al film un ritmo da action movie ed è quello che più di ogni altra cosa rende preziosa la sceneggiatura. Inutile sottolineare, ancora una volta, la pregnanza etica dei personaggi di Zara e Duffy, dal punto di vista, stavolta, di chi la politica la fabbrica.
E accanto a loro la Stampa, nel ruolo della scafata giornalista Ida Horowicz affidato a Marisa Tomei, con la sua funzione non solo informativa ma sempre più spesso strumentale.
Il veicolo in fondo più scontato di questo tormentato rapporto tra politica ed etica resta quello rappresentato dal governatore Morris (e del suo finale alleato), forse il personaggio più scomodo da interpretare per questioni di ovvietà, che Clooney ha tenuto per sé perché, parole sue, “nessuno era disposto a farlo”. E infatti è forse una delle parti in cui il pur bravo George si è cimentato in maniera meno convincente.
La scelta della locandina qui proposta non è avvenuta a caso. Al termine della visione del film mi è balenata alla mente l’idea che Clooney abbia trovato in Ryan Gosling in tutto e per tutto il suo alter ego perfetto, forse giusto con un pizzico di fascino in meno, e non dovrà più preoccuparsi di dover scendere in campo direttamente nei suoi prossimi film; problema risolto con larghissimo anticipo. Cosa che ancora non è riuscita a registi/interpreti del calibro di Clint Eastwood (per me Hugh Jackman sarebbe l’ideale) e di Woody Allen (e qui è molto complicato, ma occorre dire che Owen Wilson da ultimo se l’è cavata egregiamente).
Nel complesso, per chiudere, un film che affronta i temi importanti dell’Etica e della Comunicazione associati alla Politica e lo fa con una sceneggiatura robusta e ben architettata, già rodata in teatro, priva di cedimenti significativi e dotata di un ritmo intenso, messa in immagini con un elevata capacità di entertainment dalla prima all’ultima scena e con una ricchezza di dialoghi e situazioni tali da emozionare, cioè colpire lo spettatore ai livelli di intelligenza e moralità. Niente di nuovo sotto il sole, certo, nel bene e nel male, ma un prodotto egregiamente confezionato e stimolante, destinato ad attualizzare e rinverdire senza banalità antiche questioni e ad intrattenere in maniera differente, nel più positivo dei sensi, da quel che ordinariamente ci si aspetterebbe da un film statunitense ricco di nomi altisonanti.
Voto: 8,5. Giuridicamente si direbbe che la sua visione non è obbligatoria ma civicamente doverosa. 😉

Undertow


 

Georgia. Per reclamare le monete d’oro dell’eredità paterna, Deel Munn (Josh Lucas), appena uscito di prigione, torna alla fattoria del fratello John (Dermot Mulroney) e lo uccide senza pietà. I filgi, Chris (Jamie Bell) e il più giovane e malato Tim (Devon Alan), riescono a fuggire, ma lo zio gli dà la caccia.
Al terzo lungometraggio, Green riafferma il suo amore per Terrence Malick (che co-produce) nella scelta delle locations, nell’osmosi tra paesaggio e personaggi, nell’immaginario di un’America fatta di perdenti e di campi sterminati. E gira con partecipazione e maestria tecnica una sorta di rifacimento di La Morte Corre Sul Fiume dalle reminescenze bibliche, dove i giovani imparano a confrontarsi con adulti violenti, e per giunta consanguinei.
Dopo una battaglia per la sopravvivenza simbolo di un passaggio dolorosissimo alla maturità e alla consapevolezza, il finale ambiguo può essere letto in due modi opposti: ed è una scelta comunque coraggiosa. Magnifico il lavoro sulla fotografia di Tim Orr, e perfette le musiche di Philip Glass. Da noi in dvd (e in sordina, purtroppo).

Il cigno nero


TITOLO ORIGINALE: “Black Swan”; REGIA: Darren Aronofsky; ANNO: 2010; DURATA: 108′; CAST: Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Winona Ryder

Il sublime e “devastante” potere della Settima Arte si materializza, decomponendosi, nella nuova creatura partorita dal 42enne newyorkese Darren Aronofsky. Per ammissione dello stesso regista troppa era la materia prima da modellare in un solo film e così ha optato per la scissione in due: e difatti non sono certo invisibili i legami, i rimandi, gli specchi, ma definire “Black Swan” una semplice versione riveduta e corretta, declinata al femminile, del precedente “The wrestler” lo trovo personalmente privo di senso, se non altro perché ora scava più in profondità, sviscera maggiormente l’animo umano, oltrepassa le ferite della carne, i tormenti, i sensi di colpa, propri di Randy “The Ram” Robinson. Tutto questo c’è anche nella protagonista Nina (un personaggio dotato di maggior spessore e che evolve in modo decisamente più forte), ma il regista decide di esplorare la discesa agli inferi che passa attraverso la perdita di autocontrollo, incubi e allucinazioni, ossessioni, la violenza contro se stessi, lo sgretolarsi di qualsiasi tipo di relazione interpersonale, il tutto per poter raggiungere la perfezione, la purezza, per tirare fuori il cigno bianco: e se poi fosse proprio la scoperta del proprio lato oscuro, del cigno nero, a consentire la conquista del gradino più alto?

La ballerina del New York City Ballet Nina Sayers (Natalie Portman) vive già una sorta di competizione fra le mura domestiche: la madre, Erica (Barbara Hershey), ha dovuto lasciare la medesima professione per crescerla e, forse meno talentuosa della figlia, è divorata dalla gelosia, pur mascherata da un amore protettivo quasi morboso. Gli attriti tra loro aumentano quando la volitiva Nina viene scelta dal coreografo Thomas Leroy (Vincent Cassel) per interpretare il ruolo principale del Lago dei Cigni di Tchajkovskij, mandando “in pensione”, come in una crudele giostra, Beth MacIntyre (Winona Ryder). La ferrea determinazione di Nina la porta in rotta di collisione con chiunque le stia intorno, incluse le altre colleghe, tra cui la nuova arrivata Lily (Mila Kunis), ma soprattutto con se stessa.

Si passa dal ring di “The wrestler” alle fredde e grigie sale prova, ma anche agli anonimi camerini, ai lunghi corridoi o ai percorsi sotterranei del metrò, dove qualunque persona (come pure qualsiasi sfaccettatura del proprio “Io”), come una delle figure di Picasso, viene più volte riflessa, amplificata, deformata dai numerosi specchi e vetrate, tutto come fosse imprigionata in un tortuoso labirinto, costringendola ad una continua autoanalisi. Dal mio punto di vista non c’è paragone col film precedente quanto a tensione drammatica: la pellicola, come un’unica climax (che, tra gli altri significati, indica anche l’orgasmo, come riporta lo Zingarelli), procede spedita, senza un attimo di tregua, fino all’intenso, maestoso e meraviglioso finale. Narrativamente è ineccepibile e Aronofsky porta sullo schermo la sceneggiatura di Andres Heinz, Mark Heyman e John J. McLaughlin, rendendo perfettamente questo gioco del doppio, tra verità e finzione (d’altronde è un film su una rappresentazione artistica), passando ora da una parte ora dall’altra e servendosi di numerosi effetti visivi e pedinando sempre da vicino i propri attori, anche con camera a mano, rendendo tutto più destabilizzante e accattivante. La splendida colonna sonora firmata da Clint Mansell contrappunta i vari steps del percorso di Nina spesso senza essere invadente prima di acquistare un elevato peso specifico nell’epilogo. Un “horror sulle punte”, come è stato giustamente definito, dotato di un’eleganza barocca che si avvale delle ottime performances del cast, molto credibile, dai protagonisti fino ai comprimari. Dal sempre più bravo V. Cassel, ex-Cronenberg, alla rivelazione M. Kunis fino alle incisive B. Hershey e W. Ryder, ma non sono di parte se affermo che molto si regge sul fragile, e forte al tempo stesso, fisico di N. Portman, che qui raggiunge una vetta assoluta della sua già brillante carriera.
Un’interpretazione perfetta quella della Portman, intensa ed empatica, molto corporale (grazie a lunghi allenamenti e qualche kg in meno) ma altrettanto, se non di più, mentale, dolorosa, devasta(nte)ta, proprio come il duplice personaggio che deve portare sul palcoscenico. Va bene il premio veneziano alla Kunis (che però non può certo cancellare una colpevole ed incomprensibile sottovalutazione dell’opera, stroncata senza mezzi termini da gran parte della nostra provinciale, anzi, comunale critica; per questo basta attraversare le Alpi e dare un’occhiata ai Cahiers, Premiere, Studio Ciné Live, Le Monde, Le Parisien…), ma il paragone non regge, come testimonia il lungo elenco di statuette vinte dalla Portman culminato con il Critic’s Choice Award, il Bafta, il Golden Globe e, naturalmente, il suo primo Oscar (alla seconda nomination).

Voto: 10/10

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