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Sanjuro


Un astuto samurai, Sanjuro (Toshiro Mifune), cerca di moderare e guidare nove giovani congiurati che vogliono instaurare un nuovo governo nel loro piccolo stato feudale.
Un film scritto per Horikawa e solo in ultimo affidato al regista di La Sfida del Samurai, che riprende il personaggio di Sanjuro, portandone a termine la demitizzazione con il senso dell’umorismo e la forza dell’ironia. La messinscena e la stilizzazione della violenza sono giapponesi; ma il ritmo, e anche il personaggio di Mifune, ruvido e generoso, hanno qualcosa di fordiano.

Ran


Il monarca Hidetora Ichimonji (Tatsuya Nakadai) spartisce prima del tempo il suo regno fra tre figli, che si combattono l’un l’altro e che lo scacciano e vilipendono: vagando per la brughiera in compagnia del fido buffone, diventa pazzo.
Ispirato al Re Lear di Shakespeare, di cui offre un’interpretazione alla luce della cultura giapponese e del teatro Nō, Ran è un film dal fascino inebriante, caotico (il titolo originale significa appunto “caos”), smisurato, allucinante e commovente come lo sono i sogni, tanto più se collettivi e quindi epici. Grandi quadri in perenne movimento, colori sgargianti, scene di battaglia tra le più belle mai realizzate sullo schermo: “un Lear per i nostri tempi e per tutti quelli a venire” ha detto un critico inglese (ed è noto quanto gli inglesi amino Shakespeare). È il primo film per il quale Kurosawa ha potuto disporre di tutto il tempo e il denaro necessari. Sceneggiatura del regista e di Hideo Oguni e Masato Hara.

Madadayo – Il Compleanno


A ogni compleanno un anziano professore (Tatsuo Matsumura) viene festeggiato dagli ex allievi e, alla domanda scaramatica se sisa prontoa ad andarsene,, risponde “non ancora” (madadayo). Le gioie della convivialità e l’affetto sincero tra generazioni diverse: sullo sfondo, il Giappone che esce dal disastro postbellico.
Kurosawa, qui al suo ultimo film, non spiega che cosa renda il professore una persona straordinaria agli occhi dei suo ivecchi scolari, ma si limita a contemplare lo stile impeccabile di un animo puro, capace di disperarsi per la perdita del suo gatto. Più che un esorcismo della morte da parte di un anziano regista, la contemplazione  nostalgica – e a tratti commovente – di un mondo che forse non è mai esistito. Nulla di fastidiosamente moraleggiante, comunque, un senso dell’umorismo discreto, e  un finale fantastico che ricorda Sogni.

Rapsodia In Agosto


Ogni estate l’anziana Kane (Sachiko Murase), che ha perso i suoi cari nell’esplosione della bomba atomica di Nagasaki, ospita i suoi nipoti: questi riescono a convincerla a fare pace con i parenti americani – rappresentati da un cugino che viene per la prima volta a fare visita – ma non ad alleviarne il dolore. Tra il flash dell’occhio gigante, simbolo allucinatorio dell’esplosione – e la lunga sequenza con la nonna, impazzita, che arranca nella tempesta piegata come un fuscello, Kurosawa (che ha tratto la sceneggiatura da un romanzo di Kiyoko Murata) riesce a esprimere l’indicibilità della tragedia e l’incomunicabilità del dolore. Ma niente metafore e allegorie, per il resto: il film affronta temi come quelli della strage della bomba atomica e della possibilità di perdonare con una franchezza brutale che molti, poco generosamente, hanno tacciato di semplicismo e di retorica. Ma la semplicità del regista ultraottantenne è molto più problematica di quel che sembra, e soprattutto riesce a trasmettere emozioni che, al cinema, non si provano più così spesso. Tremendo il doppiaggio italiano, con voci da tv dei ragazzi e Gere – che in originale alternava inglese e giapponese – con un assurdo accento similinglese.

Sogni


Composto da 8 episodi.
Non mancano momenti autenticamente visionari o allucinanti (Il Tunnel, La Tempesta, Il Demone che Piange), messi in scena in modo spoglio e arcano; né si può negare la sincerità dell’ispirazione dell’anziano maestro. Inoshiro Honda, il creatore di Godzilla, fa da consulente artistico.

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