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Percy Jackson E gli Dei dell’Olimpo – Il Ladro di Fulmini


Semidio inconsapevole, frutto dell’atavico vizietto degli déi di flirtare con le mortali, il giovane dislessico Percy Jackson (Logan Lerman) scopre di essere figlio di Poseidone (Kevin McKidd) e di possedere straordinari poteri acquatici, ma una Furia lo accusa di avere rubato la folgore di Zeus (Sean Bean). Protetto e addestrato dal centauro Chirone (Pierce Brosnan), cercherà di scoprire il vero responsabile e ripercorrerà tappe mitologiche cruciali, come la battaglia con Medusa (Uma Thurman) o con l’Idra dalle sette teste, prima di incontrare il suo divino padre.
Scritto da Graig Titley adattando il primo libro omonimo della serie creata da Rick Riordan, un solido e divertente action movie vecchia maniera. Paga un ovvio tributo al fantasy di formazione stile Harry Potter, ma usa i copiosi effetti digitali per ricreare l’atmosfera rétro delle animazioni in stop-motion di Ray Harryhausen, più che inseguire la modernità. Impreziosito da un cast funzionale in cui spicca la divertita Uma con chioma serpentina. Tiepido il successo di pubblico globale, che ha bloccato i propositi iniziali di realizzarne dei seguiti.

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Il cigno nero


TITOLO ORIGINALE: “Black Swan”; REGIA: Darren Aronofsky; ANNO: 2010; DURATA: 108′; CAST: Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Barbara Hershey, Winona Ryder

Il sublime e “devastante” potere della Settima Arte si materializza, decomponendosi, nella nuova creatura partorita dal 42enne newyorkese Darren Aronofsky. Per ammissione dello stesso regista troppa era la materia prima da modellare in un solo film e così ha optato per la scissione in due: e difatti non sono certo invisibili i legami, i rimandi, gli specchi, ma definire “Black Swan” una semplice versione riveduta e corretta, declinata al femminile, del precedente “The wrestler” lo trovo personalmente privo di senso, se non altro perché ora scava più in profondità, sviscera maggiormente l’animo umano, oltrepassa le ferite della carne, i tormenti, i sensi di colpa, propri di Randy “The Ram” Robinson. Tutto questo c’è anche nella protagonista Nina (un personaggio dotato di maggior spessore e che evolve in modo decisamente più forte), ma il regista decide di esplorare la discesa agli inferi che passa attraverso la perdita di autocontrollo, incubi e allucinazioni, ossessioni, la violenza contro se stessi, lo sgretolarsi di qualsiasi tipo di relazione interpersonale, il tutto per poter raggiungere la perfezione, la purezza, per tirare fuori il cigno bianco: e se poi fosse proprio la scoperta del proprio lato oscuro, del cigno nero, a consentire la conquista del gradino più alto?

La ballerina del New York City Ballet Nina Sayers (Natalie Portman) vive già una sorta di competizione fra le mura domestiche: la madre, Erica (Barbara Hershey), ha dovuto lasciare la medesima professione per crescerla e, forse meno talentuosa della figlia, è divorata dalla gelosia, pur mascherata da un amore protettivo quasi morboso. Gli attriti tra loro aumentano quando la volitiva Nina viene scelta dal coreografo Thomas Leroy (Vincent Cassel) per interpretare il ruolo principale del Lago dei Cigni di Tchajkovskij, mandando “in pensione”, come in una crudele giostra, Beth MacIntyre (Winona Ryder). La ferrea determinazione di Nina la porta in rotta di collisione con chiunque le stia intorno, incluse le altre colleghe, tra cui la nuova arrivata Lily (Mila Kunis), ma soprattutto con se stessa.

Si passa dal ring di “The wrestler” alle fredde e grigie sale prova, ma anche agli anonimi camerini, ai lunghi corridoi o ai percorsi sotterranei del metrò, dove qualunque persona (come pure qualsiasi sfaccettatura del proprio “Io”), come una delle figure di Picasso, viene più volte riflessa, amplificata, deformata dai numerosi specchi e vetrate, tutto come fosse imprigionata in un tortuoso labirinto, costringendola ad una continua autoanalisi. Dal mio punto di vista non c’è paragone col film precedente quanto a tensione drammatica: la pellicola, come un’unica climax (che, tra gli altri significati, indica anche l’orgasmo, come riporta lo Zingarelli), procede spedita, senza un attimo di tregua, fino all’intenso, maestoso e meraviglioso finale. Narrativamente è ineccepibile e Aronofsky porta sullo schermo la sceneggiatura di Andres Heinz, Mark Heyman e John J. McLaughlin, rendendo perfettamente questo gioco del doppio, tra verità e finzione (d’altronde è un film su una rappresentazione artistica), passando ora da una parte ora dall’altra e servendosi di numerosi effetti visivi e pedinando sempre da vicino i propri attori, anche con camera a mano, rendendo tutto più destabilizzante e accattivante. La splendida colonna sonora firmata da Clint Mansell contrappunta i vari steps del percorso di Nina spesso senza essere invadente prima di acquistare un elevato peso specifico nell’epilogo. Un “horror sulle punte”, come è stato giustamente definito, dotato di un’eleganza barocca che si avvale delle ottime performances del cast, molto credibile, dai protagonisti fino ai comprimari. Dal sempre più bravo V. Cassel, ex-Cronenberg, alla rivelazione M. Kunis fino alle incisive B. Hershey e W. Ryder, ma non sono di parte se affermo che molto si regge sul fragile, e forte al tempo stesso, fisico di N. Portman, che qui raggiunge una vetta assoluta della sua già brillante carriera.
Un’interpretazione perfetta quella della Portman, intensa ed empatica, molto corporale (grazie a lunghi allenamenti e qualche kg in meno) ma altrettanto, se non di più, mentale, dolorosa, devasta(nte)ta, proprio come il duplice personaggio che deve portare sul palcoscenico. Va bene il premio veneziano alla Kunis (che però non può certo cancellare una colpevole ed incomprensibile sottovalutazione dell’opera, stroncata senza mezzi termini da gran parte della nostra provinciale, anzi, comunale critica; per questo basta attraversare le Alpi e dare un’occhiata ai Cahiers, Premiere, Studio Ciné Live, Le Monde, Le Parisien…), ma il paragone non regge, come testimonia il lungo elenco di statuette vinte dalla Portman culminato con il Critic’s Choice Award, il Bafta, il Golden Globe e, naturalmente, il suo primo Oscar (alla seconda nomination).

Voto: 10/10

Nemico Pubblico


Chicago, 1933. La banda di John Dillinger (Johnny Depp) rapina banche dando del filo da torcere all’FBI guidata da J.Edgar Hoover (Billy Crudup). Per eliminarlo, l’agente Melvin Purvis (Christian Bale)  ricorrerà a intercettazioni telefoniche e a violenti metodi di interrogatorio, di cui sarà vittima anche Billie Frechette (Marion Cotillard), fidanzata di Dillinger, mentre il gangster verrà ucciso in un agguato all’uscita del cinema Biograph, dove si era recato a vedere Le Due Strade.
Recuperando informazioni e dettagli dal libro Public Enemies: America’s Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI di Bryan Burrough, Mann (anche sceneggiatore con Ronan Bennett e Ann Biderman) elabora gli stereotipi del genere gangsteristico a modo suo. Ossessionato come sempre dalla verosimiglianza, sceglie quando possibile i luoghi reali degli eventi; e osserva un antieroe attraverso la proliferazione mediatica del suo mito e il bisogno irrimediabile d’amore. Come sempre nel suo cinema, il destino dell’uomo è già scritto e da lui stesso inseguito per mantenere fede a un’etica professionale (quand’anche illegale): non ci sono veri buoni o cattivi, ma soltanto uomini e donne che vivono fino in fondo il loro ruolo, anche a costo di pagarlo salatissimo (Purvis si sarebbe suicidato nel 1960).

Ritmo instancabile, cast impressionante per quantità e bravura, fotografia in digitale HD di Dante Spinotti che raggiunge una profondità di campo mai vista, musica di Elliott Goldenthal (con brani di Otis Taylor, Billie Holiday e Benny Goodman), almeno quattro scene da antologia (l’attesa al semaforo, la sparatoria notturna allo chalet, la visita da “fantasma” di Dillinger nella stazione di polizia e l’imboscata al Biograph in ralenti): un blockbuster unico e personale, che richiede impegno allo spettatore per i numerosi personaggi e per lo stile ellittico e mai facile di Mann. Tra i produttori esecutivi c’è Robert De Niro.

Spoiler —- Come in Heat – La Sfida, i due rivali a distanza s’incontrano faccia a faccia solo una volta, prima della fine.

Inception


Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) è pagato da potenti uomini d’affari per entrare nei sogni altrui e rubare segreti. Al soldo di Saito (Ken Watanabe), deve fare però qualcosa di diverso: entrare  nei sogni di Robert Fisher jr (CIllian Murphy), erede di una multinazionale dell’energia, e “innnestargli” un’idea che lo porti a smantellare il proprio impero. La sua fidata squadra (il braccio destro Arthur [Joseph Gordon-Levitt], la studentessa di architettura Arianna [Ellen Page], il falsario Eames [Tom Hardy] e il chimico Yusuf [Dileep Rao], lo segue dentro un sogno a più strati, dove bisogna lottare con le difese prodotte dalla mente di Fischer. Ma dall’inconscio di Dom emerge la presenza imprevedibile di Mal (Maruib Cotilard) , sua moglie defunta, che rischia di mandare a monte tutta la missione.
Pare che Nolan abbia impiegato dieci anni per scrivere una sceneggiatura di rara complicazione, e si fatica a entrare dentro un mondo a più livelli, dove il concetto di “realtà” è ovviamente sempre messo in dubbio,, e ogni personaggio potrebbe essere solo una proiezione. L’ambizione è quella di costruire una pietra miliare dell’immaginario cinematografico del nuovo millennio, ma anche se i rimandi sono abbastanza ovvi (da 2001 Odissea Nello Spazio, da L’anno Scorso a Marienbad agli universi paralleli di Philip K.Dick), manca la capacità di creare nuove mitologie. Il fascino visivo comunque non manca (le architetture alla Escher, le esplosioni silenziose, un quartiere di Parigi che si chiude su se stesso come una scatola), anche se non tutti i segmenti, corrispondenti a vari generi cinematografici, sono ugualmente riusciti. La parte più originale e coinvolgente è quella relativa al rapporto di Cobb con la moglie e al suo senso di colpa, che riesce a diventare una riflessione sull’amore, sui sacrifici che esige e su come esso trovi fondamento nelle nostre proiezioni. Il titolo (alla lettera “inizio”, ma nel film italiano è tradotto come “innesto”) si riferisce all’incarico ricevuto da Cobb, ma anche al fatto che è impossibile stabilire quando cominci un sogno.

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